<?xml version="1.0" encoding="utf-8"?><?xml-stylesheet type='text/xsl' href='http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/mmm2008-07-24_12.50/rsspretty.aspx?rssquery=en-US;http%3a%2f%2fgpilumeli1947italy.spaces.live.com%2fcategory%2fStudi%2bsu%2bGiacomo%2ffeed.rss' version='1.0'?><rss version="2.0" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" xmlns:msn="http://schemas.microsoft.com/msn/spaces/2005/rss" xmlns:live="http://schemas.microsoft.com/live/spaces/2006/rss" xmlns:dcterms="http://purl.org/dc/terms/" xmlns:cf="http://www.microsoft.com/schemas/rss/core/2005" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"><channel><title>Per GIACOMO  LEOPARDI: Studi su Giacomo</title><description /><link>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/?_c11_BlogPart_BlogPart=blogview&amp;_c=BlogPart&amp;partqs=catStudi%2bsu%2bGiacomo</link><language>en-US</language><pubDate>Thu, 21 Aug 2008 07:36:03 GMT</pubDate><lastBuildDate>Thu, 21 Aug 2008 07:36:03 GMT</lastBuildDate><generator>Microsoft Spaces v1.1</generator><docs>http://www.rssboard.org/rss-specification</docs><ttl>60</ttl><cf:parentRSS>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/blog/feed.rss</cf:parentRSS><live:type>blogcategory</live:type><live:identity><live:id>9113081775514208842</live:id><live:alias>gpilumeli1947italy</live:alias></live:identity><cf:listinfo><cf:group ns="http://schemas.microsoft.com/live/spaces/2006/rss" element="typelabel" label="Type" /><cf:group ns="http://schemas.microsoft.com/live/spaces/2006/rss" element="tag" label="Tag" /><cf:group element="category" label="Category" /><cf:sort element="pubDate" label="Date" data-type="date" default="true" /><cf:sort element="title" label="Title" data-type="string" /><cf:sort ns="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" element="comments" label="Comments" data-type="number" /></cf:listinfo><item><title>Leopardi e Chopin</title><link>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!7888.entry</link><description>&lt;p&gt;30 luglio &lt;h6&gt;&lt;a href="http://ilgiardinodigiacomo.spaces.live.com/blog/cns!D4CBCC966E911A11!1023.entry"&gt;Leopardi e Chopin&lt;/a&gt;&lt;/h6&gt; &lt;p&gt;Massimo Mila, &lt;em&gt;Breve Storia della Musica, einaudi Torino 1977. Pag. 231.&lt;/em&gt; &lt;p&gt;&lt;em&gt;&lt;/em&gt; &lt;p&gt;&lt;em&gt;&amp;quot;E' questa straordinaria perfezione stilistica, questo dono di tutto tramutare in poesia, senz'ombra di residui prosastici, che dà senso al consueto paragone tra Chopin e Leopardi, più ancora che le analogie di contenuto umano, così dolente, pessimistico e sconfitto. Chè mentre il dolore leopardiano si amplia a risonanza cosmica, quello di Chopin rimane d'ordine strettamente personale - al più patriottico -  e la sua universalità la ripete unicamente dall'arte.&amp;quot;;&lt;/em&gt; &lt;p&gt;&lt;em&gt;&lt;/em&gt; &lt;p&gt;&lt;em&gt;ivi, pagg. 234 e 235.&lt;/em&gt; &lt;p&gt;&lt;em&gt;&lt;/em&gt; &lt;p&gt;&lt;em&gt;&amp;quot;Opere come le ultime Mazurche, gli ultimi Notturni suggeriscono l'impressione che Chopin andasse evolvendo verso un'arte più complessa.......Non diversamente Leopardi terminava la sua produzione poetica nella Ginestra schiudendo - con quell'insolito senso di solidarietà umana contro la cieca natura - una finestra sopra un mondo nuovo, più virile, forse, dell'antico, comunque capace di padroneggiare e superare il dolore&amp;quot;.&lt;/em&gt;&lt;img src="http://c.services.spaces.live.com/CollectionWebService/c.gif?cid=9113081775514208842&amp;page=RSS%3a+Leopardi+e+Chopin&amp;referrer=" width="1px" height="1px" border="0" alt=""&gt;&lt;img style="position:absolute" alt="" width="0px" height="0px" src="http://c.live.com/c.gif?NC=31263&amp;amp;NA=1149&amp;amp;PI=73329&amp;amp;RF=&amp;amp;DI=3919&amp;amp;PS=85545&amp;amp;TP=gpilumeli1947italy.spaces.live.com&amp;amp;GT1=gpilumeli1947italy"&gt;</description><comments>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!7888.entry#comment</comments><guid isPermaLink="true">http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!7888.entry</guid><pubDate>Wed, 30 Jul 2008 09:16:30 GMT</pubDate><slash:comments>0</slash:comments><msn:type>blogentry</msn:type><live:type>blogentry</live:type><live:typelabel>Blog entry</live:typelabel><wfw:commentRss>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/blog/cns!7E782B97769C4A4A!7888/comments/feed.rss</wfw:commentRss><wfw:comment>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!7888.entry#comment</wfw:comment><dcterms:modified>2008-07-30T09:16:30Z</dcterms:modified></item><item><title>Leopardi a Pisa</title><link>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!7628.entry</link><description>&lt;h6&gt;&lt;a href="http://ilgiardinodigiacomo.spaces.live.com/blog/cns!D4CBCC966E911A11!972.entry"&gt;Leopardi a Pisa&lt;/a&gt;&lt;/h6&gt; &lt;p&gt;TEORIA DELL’EDUCAZIONE LETTERARIA&lt;br&gt;VERONA&lt;br&gt;(Prof. Paola Tonussi)&lt;br&gt;Lezione 6 (on-line): “All’apparir del vero…”: Giacomo&lt;br&gt;Leopardi, il sogno, il ricordo e le illusioni.&lt;br&gt;Nell’inverno e nella primavera del 1828, Giacomo Leopardi si&lt;br&gt;trovava a Pisa: laggiù conseguiva nuovamente il sogno a lungo&lt;br&gt;accarezzato, di lasciare Recanati.&lt;br&gt;Il distacco tanto sospirato dal paese natale gli era costato anni&lt;br&gt;di trattative con i genitori, con i pochi amici che mantenevano&lt;br&gt;con lui relazioni epistolari e con i parenti; per prorogare il più&lt;br&gt;possibile il suo ritorno, aveva perciò accettato di compilare una&lt;br&gt;raccolta delle proprie liriche, con i cui proventi riuscire a&lt;br&gt;mantenersi.&lt;br&gt;Non era la prima volta che Giacomo lasciava l’aristocratico&lt;br&gt;palazzo avito, il paese e lo scenario esiguo della piazza e della&lt;br&gt;chiesa, che riusciva a vedere dalle finestre della biblioteca&lt;br&gt;paterna. Ma, com’era già successo in passato, staccandosi da&lt;br&gt;Recanati sembrava che la lontananza da una casa tutto sommato&lt;br&gt;amata e la memoria, in lui capace di trasfigurare ogni cosa,&lt;br&gt;avessero il potere di idealizzare Recanati da prigione, così come&lt;br&gt;lui la descriveva nelle sue lettere, ad un paradiso perduto del&lt;br&gt;ricordo.&lt;br&gt;Il poeta soffriva una contraddizione intima, che lo avrebbe&lt;br&gt;accompagnato sempre: a Recanati si sentiva isolato, tagliato&lt;br&gt;fuori dal mondo delle lettere e dai letterati del suo tempo,&lt;br&gt;costretto a limitare la propria esistenza tra la biblioteca del conte&lt;br&gt;Monaldo e i dintorni prossimi alla casa paterna, che soleva&lt;br&gt;percorrere a piedi nelle passeggiate solitarie. Sognava in modo&lt;br&gt;febbrile di lasciare quei luoghi eppure, lontano da essi, dal&lt;br&gt;fratello Carlo e dalla sorella Paolina, la distanza e la separazione&lt;br&gt;li idealizzavano nell’unico posto in cui avrebbe potuto vivere, e&lt;br&gt;vivere felice.&lt;br&gt;Da tempo la sua poesia taceva. Era come se essa, per spiccare&lt;br&gt;il volo, avesse avuto bisogno della visione conosciuta da sempre&lt;br&gt;di Montemorello, delle piccole vie impervie sulle colline di&lt;br&gt;Recanati, di quell’orizzonte che, dietro a sé, schiudeva una serie&lt;br&gt;infinita d’orizzonti simili avvolti dalla foschia della lontananza, dei&lt;br&gt;passeri che svolavano alti sul tetto del palazzo paterno, sulla&lt;br&gt;chiesa e sulla piazza e che, in primavera e in estate, lanciavano&lt;br&gt;all’aria il loro canto.&lt;br&gt;A Pisa aveva preso a pigione un piccolo appartamento presso&lt;br&gt;una famiglia, che ospitava in genere studenti per pochi scudi, ma&lt;br&gt;la sua stanza dava a ponente sopra un orto e la illuminavano due&lt;br&gt;finestre alte, da cui la vista poteva spingersi fino all’orizzonte. Il&lt;br&gt;soggiorno a Pisa si prospettava dolce e riposante.&lt;br&gt;Ogni giorno, Leopardi usciva in città e seguiva il fiume,&lt;br&gt;camminando a lungo: gli piaceva quel clima, in cui vi era “quasi&lt;br&gt;sempre un’aria di primavera”, e gli piaceva lo spettacolo offerto&lt;br&gt;dal Lungarno dove, specie con il bel tempo, si affollavano&lt;br&gt;carrozze e pedoni e i raggi del sole facevano brillare gli stucchi&lt;br&gt;dorati dei caffè, le vetrine delle botteghe, le finestre dei palazzi&lt;br&gt;raffinati.&lt;br&gt;Rientrando suonava il campanello con un suo tocco speciale,&lt;br&gt;che lo annunciava alla famiglia e in particolare alla sorella della&lt;br&gt;padrona di casa, con la quale aveva fatto amicizia: la giovane si&lt;br&gt;chiamava Teresa Lucignani, e incantava Giacomo con la sua&lt;br&gt;freschezza.&lt;br&gt;Dotata di una bellezza pacata, quasi non istruita, Teresa&lt;br&gt;aspettava sul balcone che il conte recanatese tornasse, e lui&lt;br&gt;aspettava di essere riconosciuto da lei al tocco del campanello,&lt;br&gt;per riderne in modo fanciullesco.&lt;br&gt;Lo Zibaldone, nel giugno del 1828, celebra “una giovane dai&lt;br&gt;sedici ai diciotto anni”, la quale ha nel viso, nei gesti, nella figura&lt;br&gt;un “non so che di divino”.&lt;br&gt;La bella pisana si confondeva nella fantasia di Giacomo&lt;br&gt;Leopardi con il fanciullesco fantasma d’amore di un’altra ragazza&lt;br&gt;che portava lo stesso nome, morta a Recanati nel pieno della&lt;br&gt;giovinezza, Teresa Fattorini: dalle finestre del proprio palazzo,&lt;br&gt;Giacomo ne scorgeva la stanza nella casa del cocchiere, e da&lt;br&gt;lassù vedeva anche la camera di una piccola tessitrice, la quale&lt;br&gt;lavorava vicina alla finestra. Rievocandone la memoria circa&lt;br&gt;trent’anni dopo, il fratello Carlo doveva parlare di entrambe&lt;br&gt;come di “affetti lontani e prigionieri”.&lt;br&gt;La separazione da Recanati iniziava però ad agire su Leopardi,&lt;br&gt;in quella stagione pur singolarmente serena della sua vita.&lt;br&gt;Frequentava salotti e dimore elevate, godendosi anche i vantaggi&lt;br&gt;della sua reputazione di poeta ma, confessava ad un amico,&lt;br&gt;“avrei maggior concetto di me stesso se mi credessi capace di&lt;br&gt;farmi amare, che di farmi stimare”. I sogni di gloria della sua&lt;br&gt;prima giovinezza lo avevano abbandonato ormai definitivamente.&lt;br&gt;Le Operette morali erano state pubblicate l’anno precedente.&lt;br&gt;Non gli avevano portato quel riconoscimento, in cui l’autore&lt;br&gt;aveva sperato, per poter vivere unicamente della propria poesia.&lt;br&gt;Con le Operette, il suo pessimismo si era venuto però&lt;br&gt;decantando e mitigando in un patrimonio di tristi certezze stabili,&lt;br&gt;in una specie di nitida e inevitabile disperazione senza lacrime.&lt;br&gt;La nostalgia di casa e dei familiari lo cullava adesso con sogni&lt;br&gt;ad occhi aperti, di cui raccontava nelle lettere ai fratelli; il ricordo&lt;br&gt;di tutto ciò che di familiare e di caro si era lasciato indietro&lt;br&gt;rendeva dolce il suo sognare. Il ricordo, le visioni evocate, una&lt;br&gt;nostalgia ormai quasi incoercibile lo portavano nuovamente&lt;br&gt;verso la poesia.&lt;br&gt;Così ne parlava alla sorella Paolina, in una lettera del 25&lt;br&gt;febbraio 1828:&lt;br&gt;Io sogno sempre di voi altri, dormendo e vegliando: ho qui in Pisa&lt;br&gt;una certa strada deliziosa, che io chiamo Via delle rimembranze: là vo&lt;br&gt;a passeggiare quando voglio sognare ad occhi aperti.&lt;br&gt;Un tempo, il poeta aveva creduto impossibile riuscire a&lt;br&gt;comporre poesia o anche solo abbandonarsi al sogno fuori di&lt;br&gt;Recanati. Ora l’impulso a scrivere veniva in maniera del tutto&lt;br&gt;inaspettata anche lontano di là: porsi a comporre lirica, o anche&lt;br&gt;semplicemente ordinare le proprie carte in vista della raccolta&lt;br&gt;poetica, era per lui come una sorta di tuffo nel passato.&lt;br&gt;Sempre a Paolina confessava:&lt;br&gt;… ho fatto dei versi quest’aprile; ma versi veramente all’antica, e&lt;br&gt;con quel mio cuore d’una volta… (2 maggio).&lt;br&gt;E, mentre la primavera pisana avanzava per mutarsi quasi in&lt;br&gt;estate, non cessava in lui l’impeto di energia creativa, che faceva&lt;br&gt;seguito ad anni di aridità. Il cuore pareva come riemergere da&lt;br&gt;uno stato, divenuto ormai abituale, d’indifferenza e freddezza, e&lt;br&gt;tornava a palpitare, a ricordare, a soffrire, a commuoversi.&lt;br&gt;All’amico Giordani, il poeta confessava invece un’indicibile&lt;br&gt;stanchezza e la fatica di una vita ridotta a “noia e pena”. Perché&lt;br&gt;questa contraddizione?&lt;br&gt;Ridestando il “cuore d’una volta”, Giacomo Leopardi aveva&lt;br&gt;operato la rievocazione di ogni suo affetto passato, una specie di&lt;br&gt;lento disgelo dell’anima e un riaffiorare del sentimento di pietà&lt;br&gt;che, come annotava nello Zibaldone, facendo “rea d’ogni cosa la&lt;br&gt;natura, e discolpando gli uomini totalmente, rivolge (…) il&lt;br&gt;lamento (…) a principio più alto, all’origine vera de’ mali de’&lt;br&gt;viventi” (4428). Da tale fondo di cupa angoscia germogliavano in&lt;br&gt;un futuro non lontano, ma nascendo però dai semi coltivati già a&lt;br&gt;Pisa, i fiori straordinari dei grandi idilli.&lt;br&gt;Spinto a ricordare e a riflettere sul passato, Leopardi toccava&lt;br&gt;un entusiasmo lirico che lo incalzava a ripercorrere idealmente le&lt;br&gt;tappe ideali della propria vita: la resurrezione delle chimere di&lt;br&gt;gioventù avveniva nella tenera primavera pisana con tutta la&lt;br&gt;violenza che una volta aveva visto il loro nascere e il loro&lt;br&gt;spegnersi sconfortante nel piccolo poeta deforme, povero e&lt;br&gt;timido.&lt;br&gt;Egli rivedeva da lontano il passato, i desideri ardenti, le&lt;br&gt;speranze che lo avevano sostenuto, e poi il pianto sconsolato&lt;br&gt;dinanzi al crollo delle illusioni che la vita gli aveva insegnato, la&lt;br&gt;rivelazione crudele del vero e il susseguente stato di fredda&lt;br&gt;apatia in cui ad intervalli era caduto dopo la delusione cocente, e&lt;br&gt;infine il desiderio, altrettanto ricorrente per lui, di morte e di&lt;br&gt;finire con il dolore che lo straziava.&lt;br&gt;Da un periodo di totalizzante ripiegamento su se stesso, dal&lt;br&gt;colloquiare assiduo con la propria realtà interiore, prendeva così&lt;br&gt;l’avvio la linea del canto negli idilli, e sempre come vocazione&lt;br&gt;lirica e partendo da stimoli immediati, intrecciati alla sua&lt;br&gt;situazione esistenziale.&lt;br&gt;Il viso e la grazia mite di Teresa Lucignani gli riportavano alla&lt;br&gt;memoria altri visi di ragazze ammirate di lontano nella sua prima&lt;br&gt;giovinezza a Recanati, quali Teresa Fattorini e la piccola tessitrice&lt;br&gt;Maria; ascoltando lei, che gli parlava, riascoltava il poeta altre&lt;br&gt;giovani donne, un tempo udite dall’alto della sua finestra, mentre&lt;br&gt;riponeva sullo scrittorio il libro cui era intento; la fanciulla che nel&lt;br&gt;fiorire della sua primavera viveva nella stessa casa in cui lui&lt;br&gt;viveva si sovrapponeva ad un’altra, recisa invece prima del suo&lt;br&gt;sbocciare pieno alla vita.&lt;br&gt;Tutto questo rivedeva come davanti agli occhi della memoria&lt;br&gt;Giacomo Leopardi e, per le impenetrabili e misteriose ragioni del&lt;br&gt;cuore, con la memoria erano risorti dall’oblio del passato anche&lt;br&gt;gli inganni dell’esistenza sulla terra, e la natura, che pure di&lt;br&gt;recente gli si era data nella sua vitalità e capacità di portare&lt;br&gt;gioia, mostrava ora di nuovo il suo male intimo.&lt;br&gt;Animato da tali sentimenti, il 19 aprile 1828, il poeta affidava&lt;br&gt;così alla pagina tutto questo e iniziava una lirica celebre, la quale&lt;br&gt;diceva ciò che Rolando Damiani con ampia sensibilità poetica&lt;br&gt;definisce “l’interrogativo forse più struggente della lirica&lt;br&gt;italiana”:&lt;br&gt;Silvia, rimembri ancora&lt;br&gt;Quel tempo della tua vita mortale,&lt;br&gt;Quando beltà splendea&lt;br&gt;Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,&lt;br&gt;E tu, lieta e pensosa, il limitare&lt;br&gt;Di gioventù salivi?.&lt;br&gt;Leopardi avrebbe in seguito ripreso la canzone, apportandone&lt;br&gt;però solo modifiche lievi: la composizione avveniva di getto, in&lt;br&gt;soli due giorni. Il poeta impiegava per la prima volta una nuova&lt;br&gt;misura poetica, fatta di stanze libere, endecasillabi e settenari,&lt;br&gt;ricca di assonanze e rime rare, che reputava più adatta a&lt;br&gt;rendere i movimenti spontanei dell’anima, l’effusione sciolta dei&lt;br&gt;sentimenti e il riaffiorare libero del ricordo.&lt;br&gt;Le voci delle giovani conosciute si fondevano in una sola,&lt;br&gt;quella di Silvia, la quale diffondeva intorno a sé la propria&lt;br&gt;armonia e, mentre si dedicava ai lavori gentili, lasciava scorrere&lt;br&gt;il pensiero sulle speranze di un futuro, che lei si figurava lieto ad&lt;br&gt;attenderla:&lt;br&gt;Sonavan le quiete&lt;br&gt;Stanze, e le vie dintorno,&lt;br&gt;Al tuo perpetuo canto,&lt;br&gt;Allor che all’opre femminili intenta&lt;br&gt;Sedevi, assai contenta&lt;br&gt;Di quel vago avvenir che in mente avevi.&lt;br&gt;La primavera della vita coincideva con la primavera reale,&lt;br&gt;nella stagione mite dell’anno.&lt;br&gt;Dal palazzo paterno, il poeta abbandonava allora un tempo gli&lt;br&gt;studi, e si poneva ad ascoltare il canto femminile e insieme il&lt;br&gt;rumore attutito, prodotto dalla mano che si muoveva veloce sulla&lt;br&gt;tela. Lo sguardo si allontanava dalla scena vicina e poi vi si&lt;br&gt;ripiegava grato, incapace di esprimere quanto il cuore provava:&lt;br&gt;Mirava il ciel sereno,&lt;br&gt;Le vie dorate e gli orti,&lt;br&gt;E quinci il mar da lungi, e quindi il monte.&lt;br&gt;Tutte le rimembranze riemergevano alle soglie del cuore, e&lt;br&gt;dalla profondità di un passato che il poeta credeva dimenticato:&lt;br&gt;loro, le rimembranze del passato, alla luce della fantasia&lt;br&gt;presente erano sublimate in poesia con tutta la loro forza intatta.&lt;br&gt;La musica della lirica leopardiana tendeva a raccogliersi e ad&lt;br&gt;accordarsi intorno ad un’unica nota prevalente, che a Silvia&lt;br&gt;faceva acquistare il significato del simbolo.&lt;br&gt;In un appunto poco più tardo, Giacomo descriverà infatti il&lt;br&gt;“fiore purissimo (…) di gioventù”, che ci tocca e ci emoziona&lt;br&gt;nell’immagine e nella voce di una fanciulla, insieme con il&lt;br&gt;“pensiero de’ patimenti che l’aspettano”, e l’”indicibile fugacità”&lt;br&gt;della sua vita, da cui scaturisce “il ritorno sopra noi medesimi” e&lt;br&gt;“il sentimento di compassione” che ci avvince per lei, per noi e&lt;br&gt;insieme per tutti gli uomini, segnati da un identico destino finale.&lt;br&gt;La giovinezza ancora ignara di Silvia, spezzata da una morte&lt;br&gt;prematura, e le illusioni di Giacomo, destinate a spegnersi&lt;br&gt;dinanzi al sorgere del vero, confluivano in una sola immagine&lt;br&gt;poetica e la figura della donna si fondeva con il mito delle attese&lt;br&gt;o delle speranze giovanili, o ancora con il mito della giovinezza,&lt;br&gt;ma qui rappresentato e fatto respirare in una creatura mortale,&lt;br&gt;realmente vissuta e ammirata:&lt;br&gt;Che pensieri soavi,&lt;br&gt;Che speranze, che cori, o Silvia mia!&lt;br&gt;Sempre, l’intermittente sospiro dell’anima continuava a&lt;br&gt;riverberare la linea smossa e sinuosa del ragionamento interiore,&lt;br&gt;e la lirica assumeva i toni di un’accorata confessione, dagli&lt;br&gt;accenti appena modulati: la disillusione aveva portato poi,&lt;br&gt;davanti alla “sventura”, un “affetto” che premeva il cuore,&lt;br&gt;“acerbo e sconsolato”.&lt;br&gt;La denuncia della crudeltà naturale della morte si risolveva in&lt;br&gt;un’accorata supplica, un’implorazione straziante nella sua&lt;br&gt;semplicità alla natura, che dovrebbe essere madre amorevole e&lt;br&gt;benigna, e che tradisce invece i suoi “figli” con gli inganni&lt;br&gt;dolorosi, che consuma su loro:&lt;br&gt;O natura, o natura,&lt;br&gt;perché non rendi poi&lt;br&gt;Quel che prometti allor? Perché di tanto&lt;br&gt;Inganni i figli tuoi?&lt;br&gt;Il paragone tra Silvia e il poeta giunge al suo culmine: la prima&lt;br&gt;non avrebbe mai udito “la dolce lode” delle “negre chiome” o&lt;br&gt;degli “sguardi innamorati e schivi”, né avrebbe mai parlato&lt;br&gt;sorridente d’amore con le compagne “ai dì festivi”; similmente al&lt;br&gt;poeta la vita aveva negato la giovinezza e, con essa la speranza,&lt;br&gt;illusione diletta, e “cara compagna dell’età mia nova”.&lt;br&gt;Tutto crollava e scompariva così, “All’apparir del vero”.&lt;br&gt;Quando questi versi dolenti affioravano alla sua penna,&lt;br&gt;Giacomo Leopardi ignorava ancora la morte, avvenuta a Recanati&lt;br&gt;all’inizio di maggio, del fratello Luigi. Nel momento in cui riprese&lt;br&gt;le sue carte e rivide i versi, essi assunsero quasi la tonalità della&lt;br&gt;profezia.&lt;br&gt;Tutto pareva allora chiudersi intorno a lui, sotto il segno della&lt;br&gt;sventura: il lutto che lo aveva colpito; la salute tornata precaria;&lt;br&gt;la minaccia incombente della miseria; l’utopia svanita di una vita,&lt;br&gt;seppure modesta, assicuratagli dalla poesia; la vanità di ogni&lt;br&gt;promessa o profferta di un lavoro, che da tempo andava&lt;br&gt;cercando; l’impossibilità del padre di mantenerlo ancora fuori di&lt;br&gt;Recanati; il ritorno forzato al paese e ad una “notte orribile”,&lt;br&gt;“soffocato da una malinconia che era ormai poco men che&lt;br&gt;pazzia” (5 sett. 1829).&lt;br&gt;Il canto a Silvia, ispirato da una memoria grave di morte, si&lt;br&gt;chiudeva nell’immagine sepolcrale di una mano che additava da&lt;br&gt;lontano la freddezza di una tomba spoglia, esito desolato di&lt;br&gt;quanto la verità lasciava percepire nella vita umana.&lt;br&gt;Ma, per un istante abbagliante entro il flusso spietato del&lt;br&gt;tempo, Silvia era stata richiamata a vivere nei versi, che ne&lt;br&gt;cantavano la primavera perduta: fissando per sempre sulla carta&lt;br&gt;il momento ancora acerbo di una vita che non doveva&lt;br&gt;proseguire, la canzone celebrava anche, insieme con l’attimo che&lt;br&gt;si apre e germoglia inconsapevole, la felicità fugace non ancora&lt;br&gt;disillusa sul futuro e sul vero, che è la sostanza stessa della&lt;br&gt;lirica.&lt;img src="http://c.services.spaces.live.com/CollectionWebService/c.gif?cid=9113081775514208842&amp;page=RSS%3a+Leopardi+a+Pisa&amp;referrer=" width="1px" height="1px" border="0" alt=""&gt;&lt;img style="position:absolute" alt="" width="0px" height="0px" src="http://c.live.com/c.gif?NC=31263&amp;amp;NA=1149&amp;amp;PI=73329&amp;amp;RF=&amp;amp;DI=3919&amp;amp;PS=85545&amp;amp;TP=gpilumeli1947italy.spaces.live.com&amp;amp;GT1=gpilumeli1947italy"&gt;</description><comments>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!7628.entry#comment</comments><guid isPermaLink="true">http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!7628.entry</guid><pubDate>Mon, 19 May 2008 10:48:30 GMT</pubDate><slash:comments>0</slash:comments><msn:type>blogentry</msn:type><live:type>blogentry</live:type><live:typelabel>Blog entry</live:typelabel><wfw:commentRss>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/blog/cns!7E782B97769C4A4A!7628/comments/feed.rss</wfw:commentRss><wfw:comment>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!7628.entry#comment</wfw:comment><dcterms:modified>2008-05-19T10:48:30Z</dcterms:modified></item><item><title>Perchè si ama Leopardi</title><link>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!7593.entry</link><description>&lt;div&gt;
&lt;table style="width:100%" cellspacing=0 cellpadding=0 width="100%" border=1&gt;
&lt;tbody&gt;
&lt;tr style=""&gt;
&lt;td style="border-right:#ece9d8;padding-right:0cm;border-top:#ece9d8;padding-left:0cm;background:navy;padding-bottom:0cm;border-left:#ece9d8;padding-top:0cm;border-bottom:#ece9d8"&gt;
&lt;p style="margin:0cm 0cm 0pt;text-align:center" align=center&gt;&lt;a href="http://lgxserver.uniba.it/lei/rassegna/swif_rs.htm"&gt;&lt;span style="text-decoration:none;text-underline:none"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;br&gt; 
&lt;td style="border-right:#ece9d8;padding-right:0cm;border-top:#ece9d8;padding-left:0cm;padding-bottom:0cm;border-left:#ece9d8;padding-top:0cm;border-bottom:#ece9d8;background-color:transparent"&gt;
&lt;p style="margin:0cm 0cm 0pt"&gt;&lt;a href="http://lgxserver.uniba.it/lei/rassegna/manifest.htm"&gt;&lt;span style="text-decoration:none;text-underline:none"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;u&gt;&lt;font color="#ff0000"&gt;&lt;/font&gt;&lt;/u&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;br&gt;&lt;span&gt;&lt;font face="Times New Roman"&gt;2 LUGLIO 1998&lt;/font&gt;&lt;/span&gt;&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;
&lt;p style="margin:0cm 0cm 0pt"&gt;&lt;span style="display:none"&gt;&lt;font face="Times New Roman" color="#000000"&gt; &lt;/font&gt;&lt;/span&gt;
&lt;table style="width:100%" cellpadding=0 width="100%" border=0&gt;
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&lt;p style="margin:0cm 0cm 0pt"&gt;&lt;span style="font-size:13.5pt;color:red"&gt;&lt;a href="http://lgxserver.uniba.it/lei/rassegna/notarian.htm"&gt;&lt;u&gt;&lt;font face="Times New Roman" color="#ff0000"&gt;MICHELANGELO NOTARIANNI&lt;/font&gt;&lt;/u&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;br&gt;&lt;span&gt;&lt;font face="Times New Roman"&gt;&lt;font color="#ff0000"&gt;UN COMPAGNO DI FUGA DALLA CONTRORIFORMA&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;/span&gt;&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;
&lt;p style="margin:0cm 0cm 0pt"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;font face="Times New Roman" color="#ff0000"&gt;&lt;/font&gt;&lt;/span&gt;&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;
&lt;p style="margin:0cm 0cm 0pt"&gt;&lt;font face="Times New Roman"&gt;&lt;font color="#ff0000"&gt;Si torna sempre alle origini, alle fonti, ai princìpi. Che non è semplice ritorno, come il cammino non è stato solo errare ed errore. Era ieri e tornavamo a interrogarci e tormentarci su Leopardi, con Cesare Luporini, in lunghi e un po' assurdi pomeriggi di conversazioni romane e fiorentine. Lo avevo conosciuto, prima che di persona tra i comunisti, sul suo &lt;i&gt;Leopardi progressivo&lt;/i&gt;, discusso e amato da studente con Mario Fubini. Adesso raccontava, tanti anni dopo, del suo nuovo e ultimo Leopardi. Cercava un'altra volta nei pensieri dello Zibaldone un oltre Heidegger, contro il compiacimento mortifero dell'odor di catastrofe dilagante oltre i muri appena crollati&lt;br&gt;Tornavano i nomi di un tempo, il suo maestro Gentile, Croce, De Sanctis, anelli di una catena di pensiero non appena provinciale&lt;br&gt;Ma si parlava di noi, e del mondo. Consentendoci provvisorie fiducie, ed eroismi, che qualsiasi pagina e qualche autoironia non avrebbero tollerato l'indomani. &lt;span style=""&gt;&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;
&lt;p&gt;&lt;font face="Times New Roman" color="#ff0000"&gt;Leopardi nichilista? Anche l'ultimo Luporini concedeva alla formula nè sappiamo se avrebbe finito poi per accoglierla, e come. Sapeva che bastava leggere i versi, nè solo gli idilli, per vedersela esplodere avanti, definitivamente e inutilmente togliendo il problema. Apposta, immagino, leggeva lo Zibaldone&lt;br&gt;La cattiva apologetica vanificante di Giovanni Gentile era pur sempre il luogo di partenza e l'avvio polemico del suo cammino&lt;br&gt;Forse sapeva che tra il retore dei versi cattivi e impeccabili di tante canzoni, anche tra le supreme, vate della vecchia Italia non ancora neppur timidammente rinata, questo sì &amp;quot;reazionario&amp;quot;, e l'assolutezza del fanciullo poeta sempre ritornante dopo il miracolo del 1819, c'è la mediazione aspra del pensiero che non consente consolazioni. &lt;/font&gt;
&lt;p&gt;&lt;font face="Times New Roman" color="#ff0000"&gt;Può essere che ogni grande poeta richieda un'estetica e una teoria della poesia per la sua comprensione e il suo uso. Il nesso tra pensiero e poesia in Leopardi è così specifico e individuale, è un tale evento essenziale alla fisionomia di una novità senza precedenti, da chiamare la teoria, e la storia, in soccorso. Come nasca, da questo prodotto artificialissimo di un'educazione mostruosamente provinciale e violentemente e arrogantemente antitempo che è il figlio di Monaldo, il poeta strepitosamente moderno e &amp;quot;naturale&amp;quot; del più alto romanticismo europeo, e il più estraneo e nemico a ogni forma di romanticismo morale, è problema che mette a dura prova ogni strumento critico. &lt;/font&gt;
&lt;p&gt;&lt;font face="Times New Roman" color="#ff0000"&gt;Ci si chiede a volte se la domanda non possa essere girata fino agli strumenti dell'antropologia, nella direzione mai tentata e verosimilmente impossibile di Adelaide Antici, la madre impossibile, la pratica donna del silenzio e della durezza economica, forse l'amante con cui &amp;quot;fare all'amore nel telescopio&amp;quot;. O, ancor più paradossalmente, verso &amp;quot;le tranquille opre dei servi&amp;quot;, immagine di una positività del finito che è estranea alla storia e che pure è chiamata alla vita, e per la prima volta alla storia, dalla insopportabile tensione dell'eroismo signorile che nullifica se stesso. Non ci sono signori, nella poesia vera di questo conte poeta, l'orribile Consalvo sta lì a confermarlo. Solo pastori e operaie, e una natura definitivamente salvata da ogni settecentismo arcadico, anche nel sublime &lt;i&gt;pastiche&lt;/i&gt; metastasiano del Risorgimento. &lt;/font&gt;
&lt;p&gt;&lt;font face="Times New Roman" color="#ff0000"&gt;Spiegazioni soltanto suggestive, miti forse soltanto verosimili, avrebbe detto Platone, il filosofo che Leopardi voleva tradurre, il filosofo della sua poesia. Il passaggio tra artificialità e natura, o forse osando la lotta necessaria tra retorica reazionaria e musica progressiva, nella storia e nella poesia di Leopardi, è materia da indagare più fruttuosamente scavando ancora nel suo pensiero e nel suo sporgersi sulla storia più lunga. &lt;/font&gt;
&lt;p&gt;&lt;font face="Times New Roman" color="#ff0000"&gt;Forse il dibattito su Leopardi poeta e Leopardi filosofo è di quelli che non potranno finire, pena la perdita o la vanificazione del suo oggetto. Forse il fine e il senso della filosofia leopardiana non sono rintracciabili fuori del loro rapporto con la più alta e definitiva verità della sua poesia&lt;br&gt;Che non si intende, reciprocamente, e anzi si impoverisce tragicamente nel ritorno retorico della purezza dell'idillio, fuori di un contesto storico e di pensiero che non è solo quello di una provincia italiana del diciannovesimo secolo, nè tanto meno, orribilmente, quello di una biografia peraltro insondabile fuori dell'opera che ha prodotto. &lt;/font&gt;
&lt;p&gt;&lt;font face="Times New Roman" color="#ff0000"&gt;Leopardi nichilista? Leopardi spregiatore dell'umanità e delle sue illusioni? Leopardi aristocratico e reazionario, magari nella chiave illusoriamente postmoderna di una qualche dialettica dell'illuminismo che ne tronca ogni rapporto con la storia? &lt;/font&gt;
&lt;p&gt;&lt;font face="Times New Roman" color="#ff0000"&gt;E' fin troppo facile chiedere a chi risponde troppo frettolosamente a queste domande e persino qui tenta goffi revisionismi, nella zona più critica e più criticamente scavata di una cultura che si è interrogata da tempo, in Leopardi, sulle contraddizioni del materialismo e dei suoi sbocchi rivoluzionari, di leggere semplicemente Leopardi, reggendo almeno la prova non esauriente ma essenziale del gusto. Quando lo si è letto, allora sorge il problema, per noi e per il nostro tempo, non soltanto per le nostre accademiche sistemazioni. &lt;/font&gt;
&lt;p&gt;&lt;font face="Times New Roman" color="#ff0000"&gt;Chi torna a leggere Leopardi e torna ad amarlo cerca e trova, non so se il poeta o il filosofo, certo il testimone e la prova irrecusabile della verità di un'idea di compassione, e di un ritorno dell'uomo su se stesso e sulla propria natura, materiale e creaturale, che è la forma più alta e intransigente di una religiosità laica capace di mettersi alla prova della storia. Si potrebbe dire, addirittura, di una religiosità che si vuole e cerca la via per esser vissuta libera dalla costrizione del servo e di quella del signore. Ci sono tante direzioni in cui si può spingere, e in effetti si sta spingendo questo nuovo amore per un Leopardi ritrovato. Leopardi e la lingua, forse prima di tutto, il luogo materno in cui risorge ogni volta la ricchezza del mondo e l'amore che lo consacra. Leopardi e la scienza, della natura e dell'eterna verità e novità delle idee. Leopardi e la storia, anche quella del suo paese italiano e dei suoi risorgimenti&lt;br&gt;Leopardi e l'uomo moderno, con la sua noia e la sua depressione ormai mali di massa, estraneità a se stesso come ai suoi simili e alla società e alla diversità della natura. &lt;/font&gt;
&lt;p&gt;&lt;font face="Times New Roman" color="#ff0000"&gt;Non credo si possa capire la storia d'Italia di questi due secoli, che è una grande storia, anche attraverso errori ed orrori, e parte essenziale del mondo contemporaneo così ricco di centri diversi, senza Leopardi. Non se ne capisce certo la storia letteraria, e certo soprattutto la più recente, e gli ermetici e Gadda, il leopardiano e manzoniano Gadda, senza questa presenza non a caso fattasi più decisiva e radicale dopo la grande guerra e i suoi esiti. &lt;/font&gt;
&lt;p&gt;&lt;font face="Times New Roman" color="#ff0000"&gt;Forse, in Leopardi e con Leopardi è risorta e si è cercata e si cerca ancora in Italia quella che Francesco De Sanctis chiamava la pianta uomo, contro i mali antichi e tutt'altro che morti della retorica e dell'assenza di spirito religioso. Provocazione per provocazione, perchè non dire che Leopardi è il più antifascista tra i padri di questo paese, il meno sospettabile di anche involontarie e retroattive complicità? &lt;/font&gt;
&lt;p&gt;&lt;font face="Times New Roman" color="#ff0000"&gt;Finalmente potremmo aggiungere un merito forse non secondario a questo nostro tragico fratello di religione. Con lui, più ancora che con Alessandro Manzoni, è risorto in Italia il senso dell'umorismo, dalla terra uggiosa della tetraggine controriformista. Dobbiamo essergliene particolarmente grati, di questi tempi. Rileggiamo le Operette, di tanto in tanto, la più formidabile opera comica della nostra letteratura. Ci farà solo del bene, contro i rischi di lagna. &lt;/font&gt;
&lt;table style="width:100%" cellpadding=0 width="100%" border=1&gt;
&lt;tbody&gt;
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&lt;td style="border-right:#ece9d8;padding-right:0.75pt;border-top:#ece9d8;padding-left:0.75pt;padding-bottom:0.75pt;border-left:#ece9d8;padding-top:0.75pt;border-bottom:#ece9d8;background-color:transparent"&gt;
&lt;p style="margin:0cm 0cm 0pt;text-align:center" align=center&gt;&lt;span style="color:#000088"&gt;&lt;a href="http://lgxserver.uniba.it/lei/rassegna/#inizio"&gt;&lt;u&gt;&lt;font face="Times New Roman" color="#ff0000"&gt;inizio pagina&lt;/font&gt;&lt;/u&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;/span&gt;
&lt;td style="border-right:#ece9d8;padding-right:0.75pt;border-top:#ece9d8;padding-left:0.75pt;padding-bottom:0.75pt;border-left:#ece9d8;padding-top:0.75pt;border-bottom:#ece9d8;background-color:transparent"&gt;
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&lt;p style="margin:0cm 0cm 0pt;text-align:center" align=center&gt;&lt;span&gt;&lt;font face="Times New Roman"&gt;&lt;font color="#ff0000"&gt;vedi anche&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;/span&gt;
&lt;tr style=""&gt;
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&lt;p style="margin:0cm 0cm 0pt;text-align:center" align=center&gt;&lt;span style="color:#000088"&gt;&lt;a href="http://lgxserver.uniba.it/lei/rassegna/leopardi.htm"&gt;&lt;u&gt;&lt;font face="Times New Roman" color="#ff0000"&gt;Il Bicentenario di Leopardi&lt;/font&gt;&lt;/u&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;/span&gt;&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;
&lt;p style="margin:0cm 0cm 0pt"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;u&gt;&lt;font face="Times New Roman" color="#ff0000"&gt;&lt;/font&gt;&lt;/u&gt;&lt;/span&gt;&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;
&lt;p style="margin:0cm 0cm 0pt"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;u&gt;&lt;font face="Times New Roman" color="#ff0000"&gt;&lt;/font&gt;&lt;/u&gt;&lt;/span&gt;&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;
&lt;p style="margin:0cm 0cm 0pt"&gt;&lt;font face="Times New Roman" color="#ff0000"&gt; &lt;/font&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://c.services.spaces.live.com/CollectionWebService/c.gif?cid=9113081775514208842&amp;page=RSS%3a+Perch%c3%a8+si+ama+Leopardi&amp;referrer=" width="1px" height="1px" border="0" alt=""&gt;&lt;img style="position:absolute" alt="" width="0px" height="0px" src="http://c.live.com/c.gif?NC=31263&amp;amp;NA=1149&amp;amp;PI=73329&amp;amp;RF=&amp;amp;DI=3919&amp;amp;PS=85545&amp;amp;TP=gpilumeli1947italy.spaces.live.com&amp;amp;GT1=gpilumeli1947italy"&gt;</description><comments>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!7593.entry#comment</comments><guid isPermaLink="true">http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!7593.entry</guid><pubDate>Wed, 07 May 2008 09:31:47 GMT</pubDate><slash:comments>0</slash:comments><msn:type>blogentry</msn:type><live:type>blogentry</live:type><live:typelabel>Blog entry</live:typelabel><wfw:commentRss>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/blog/cns!7E782B97769C4A4A!7593/comments/feed.rss</wfw:commentRss><wfw:comment>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!7593.entry#comment</wfw:comment><dcterms:modified>2008-05-07T09:31:47Z</dcterms:modified></item><item><title>Binni e la Ginestra</title><link>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!7540.entry</link><description>&lt;p&gt;&lt;b&gt;Dall'ultima lezione leopardiana, sulla Ginestra (1993)&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;i&gt;In occasione dell'ottantesimo compleanno di Binni, numerosi allievi e colleghi dell'Università di Roma, ma anche delle altre Università dove Binni ha insegnato - Genova, Pisa, Firenze - chiedono al &amp;quot;maestro&amp;quot; un'ultima lezione, in un'aula piena di giovani studentesse e studenti. Una lezione &amp;quot;a braccio&amp;quot;, nella migliore tradizione di una lunga e appassionata attività di critico-insegnante. Il testo sarà poi raccolto nel volume&lt;/i&gt; Lezioni leopardiane &lt;i&gt;(1994)&lt;/i&gt; . &lt;br&gt;Ultima fase appunto in cui Leopardi viene a svolgere (sono gli ultimi anni napoletani) una specie di forte polemica, una sorta di battaglia in versi, ma sempre veramente di grande realizzazione poetica, checché se ne dica o se ne sia detto. Cioè tra la &lt;i&gt;Palinodia, I nuovi credenti&lt;/i&gt; e soprattutto i &lt;i&gt;Paralipomeni della Batracomiomachia&lt;/i&gt;, che sono una delle opere più grandi che Leopardi ha scritto e una delle opere più fermentanti, veramente ribollenti di pensiero anche persino prepolitico e fin politico, in cui si affermano principi di tipo rivoluzionario come lo &amp;quot;stato franco&amp;quot;, cioè le repubbliche popolari democratiche, che sviluppano modernamente i caratteri precipui delle repubbliche popolari antiche. Tutti i principi del pensiero della Restaurazione vengono aggrediti violentemente. Ed è soprattutto una battaglia che colpisce al fondo la &amp;quot;natura&amp;quot; diventata ormai chiaramente, come si veniva in lui delineando da tempo, ostile, nemica dell'uomo, ma insieme soprattutto gli ideologi che sostenevano le posizioni antropocentriche, geocentriche, ottimistiche, del progresso puramente tecnologico, che è aggredito violentemente nella &lt;i&gt;Palinodia&lt;/i&gt;: appunto l'ambiente fiorentino dell'Antologia con il suo ottimismo e falso progressismo illusorio, aggredito in forza di un pessimismo acre che giunge proprio quasi a un punto di non ritorno nella &lt;i&gt;Palinodia&lt;/i&gt; con un'aggressione violenta anche al potere divino o della natura e a quello dell'uomo sull'uomo. Tutto questo porta a capire come e in quale ambito nasca &lt;i&gt;La ginestra&lt;/i&gt;, questo capolavoro che, ormai non solo per me, è senz'altro il capolavoro conclusivo del lungo cammino leopardiano e in particolare di questa fase di poesia che veicola posizioni di estrema aggressività. E a proposito di questo capolavoro bisogna mettere bene in chiaro due cose: primo, che naturalmente questo altissimo riconoscimento non comporta di per sé l'adesione di chi legge questa grande poesia alle posizioni che essa veicola, come per Dante, che noi ammiriamo e sentiamo come il più grande poeta italiano (per me insieme a Leopardi): ne sentiamo l'enorme spessore, la forza interiore e il vigore del pensiero, quella forza che ci ricarica potentemente pur non condividendo naturalmente le posizioni ideologiche che ne alimentano la poetica. E d'altra parte bisogna capire che per &amp;quot;leggere&amp;quot; &lt;i&gt;La ginestra&lt;/i&gt; è necessario porsi in una posizione corretta di comprensione degli elementi personali, ideologici, delle posizioni di pensiero che la poetica leopardiana dell'ultimo periodo viene vigorosamente potenziando, commutandoli in direzione artistica con adeguate, geniali, nuove ardite forme, di cui il grande Leopardi nella &lt;i&gt;Ginestra&lt;/i&gt; è fornitore. &lt;br&gt;Per capire poi questa poesia basti una delineazione breve, ma pur necessaria, della posizione a cui Leopardi è arrivato proprio al termine del suo percorso e al termine anche della sua vita. Vi è arrivato attraverso un lungo e tormentoso itinerario in cui alcune posizioni sembrano addirittura a un certo punto (se non se ne considerino tutte le mediazioni, cosa che qui non possiamo fare) capovolte: la &amp;quot;natura&amp;quot; era stata per lungo tempo il centro del sistema appunto &amp;quot;della natura e delle illusioni&amp;quot;, la natura che aveva fornito le generose illusioni, che dava la vita schietta, i sentimenti autentici e la poesia stessa e che era nemica della ragione calcolatrice, sterilizzante così che uccideva le passioni in poesia. Ma poi tale concetto nello svolgimento e logoramento attraverso le &lt;i&gt;Operette morali&lt;/i&gt; e nel forte pensiero dello &lt;i&gt;Zibaldone&lt;/i&gt;, è prospettato in una posizione antitetica assoluta: l'inimicizia della natura con il suo carattere meccanico, indifferente, ostile, in base a una posizione, a un pensiero che è quello che il Leopardi chiama qui con precise parole: &amp;quot;il calle insino allora / Dal risorto pensier segnato innanti', (vv. 54-55), cioè il pensiero che va soprattutto dalla filosofia rinascimentale-sperimentale fino al materialismo settecentesco a cui Leopardi, badate bene, porta arricchimenti e potenziamenti che non possono essere sottovalutati. Non si tratta di un'immediata ripresa di ciò che può venire dai testi dei materialisti come D'Holbach, Helvétius o Lamettrie, ma è qualcosa di più, a cui io ho sempre pensato che contribuiscano anche elementi preromantici, romantici e &amp;quot;controromantici&amp;quot;, non più solamente illuministici. E questo pensiero materialistico ha come sua arma la &amp;quot;ragione&amp;quot;, che ha cambiato segno, che è diventata la forza impugnando la quale si scopre la verità, si demistificano tutte le &amp;quot;superbe fole&amp;quot;, (come sono chiamate nella &lt;i&gt;Ginestra&lt;/i&gt;), cioè ogni credenza di tipo o religioso o idealistico-ottimistico. Così si arriva a quella verità che veramente è diventata ormai la mèta più profonda del &amp;quot;progresso&amp;quot; per Leopardi, la verità che permette di conoscere ciò che per l'uomo, secondo Leopardi, è fondamentale conoscere (&amp;quot;Nulla al ver detraendo&amp;quot;, che è un verso della &lt;i&gt;Ginestra&lt;/i&gt;): conoscere cioè qual è la reale situazione, la reale condizione dell'uomo e dell'universo e dell'uomo nell'universo: una condizione certamente di miseria, una condizione di caducità, una condizione di destinati alla morte e alla distruzione. Non sono solo le catastrofi naturali (come appunto quella che qui viene rappresentata), ma anche le ragioni biologiche della natura umana, la consunzione che le malattie e il degrado naturale dell'età operano su di noi e per cui ogni posizione di tipo provvidenzialistico e ottimistico viene scartata. E certamente questo è per Leopardi l'uomo che vive una condizione assolutamente infelice, &amp;quot;nato a perir, nutrito in pene&amp;quot; (v. 100), destinato alla morte e vivente in mezzo alle pene. &lt;br&gt;A questo punto però scatta, a mio avviso, del resto secondo tutta la mia interpretazione (sempre ho battuto su questo punto essenziale per le sue conseguenze in sede poetica), scatta, dicevo, l'abbrivo di una parte che potremmo dire &amp;quot;propositiva&amp;quot;, anche se questi termini vanno usati con estrema cautela perché certi limiti restano invalicabili, invincibili: il dolore, la morte, la caducità sono invincibili, la natura è sempre distruttrice e lo sarà sempre, continuerà sempre a esserlo. Ma certo, ripeto ancora, qui scatta un motivo che si può ritrovare anche attraverso certi filoni precedenti specie estraibili dallo &lt;i&gt;Zibaldone&lt;/i&gt; (che adesso qui sarebbe troppo lungo individuare), ma certo soprattutto il motivo di quello che Leopardi individua come il &amp;quot;vero amore&amp;quot;, cioè quella forza solidaristica, che così è certamente forza civile e che nasce proprio dal vincolo fra gli uomini nella loro lotta contro la natura. &lt;br&gt;La difesa contro la natura diventa un vincolo fra gli uomini e da questo vincolo sorge in loro quest'esigenza e questo bisogno che egli chiama il &amp;quot;vero amore&amp;quot;. &lt;br&gt;Sicché su queste basi leggeremo subito un brano della &lt;i&gt;Ginestra&lt;/i&gt;, molto indicativo già per certi suoi aspetti poetici: su queste basi dico, su queste verità che sono da una parte tutte negative, tutte pessimistiche, ma certo per Leopardi profondamente &amp;quot;vere&amp;quot; e a lor modo promotrici di &amp;quot;vita&amp;quot;, non di rinuncia e di resa. Perché su questa acquisita coscienza che la condizione umana è assolutamente misera e d'altra parte su questa forte molla del &amp;quot;vero amore&amp;quot; si potrà creare un'alternativa di civiltà. E di civiltà si parla nella &lt;i&gt;Ginestra&lt;/i&gt; in termini espliciti quando si dice anche in un altro passo che &amp;quot;solo&amp;quot; per questo pensiero illuministico-materialistico, per questo pensiero che per Leopardi è il cammino del vero progresso (anche se è un progresso che porta alla costatazione di una condizione di miseria) &amp;quot;per cui solo / Si cresce in civiltà, che sola in meglio / Guida i pubblici fati&amp;quot; (vv. 75-77). Badate bene sono parole da meditare, sono parole che già di per sé rivelano la forza poetica di Leopardi, con questa ripetizione del &amp;quot;solo&amp;quot; &amp;quot;sola&amp;quot;, questo ribattere, questo asseverare che, dirò così, asseconda lo snodo del pensiero e gli dà il suo vero spessore; spessore che non avrebbe senza la forza di queste forme da lui adoperate così energicamente. Ma, ripeto, Leopardi pensa a una possibilità di maggiore &amp;quot;civiltà&amp;quot; entro i limiti ferrei della condizione umana. Sicché vogliamo leggere (anche come esempio di un tipo di poesia che suscitava proprio dentro &lt;i&gt;La ginestra&lt;/i&gt; le più forti obbiezioni da parte della critica distinzionistica, fondata cioè sulla distinzione fra poesia e non poesia), il passo della terza strofa con il contrasto con l'intellettuale del primo Ottocento, seguace del pensiero della Restaurazione, che viene aggredito con sarcasmo e forza di disprezzo supremo, forza che è quella del pensiero, ma che si traduce in forza aggressiva della poesia e dei mezzi propri della poesia. E a un certo punto emerge, in netto contrasto, il profilo dell'uomo &amp;quot;leopardiano&amp;quot;, l'uomo &amp;quot;persuaso&amp;quot; che ha acquisito queste amare verità, che è portatore di queste verità; in un certo modo l'intellettuale come Leopardi lo avrebbe voluto e quale egli stesso si sentiva in prima persona, perché contribuisse così a una vera civiltà: &lt;pre&gt;  Nobil natura è quella
  Che a sollevar s'ardisce
  Gli occhi mortali incontra
  Al comun fato, e che con franca lingua, 
  Nulla al ver detraendo, 
  Confessa il mal che ci fu dato in sorte, 
  E il basso stato e frale; 
  Quella che grande e forte
  Mostra se nel soffrir, né gli odii e l'ire
  Fraterne, ancor più gravi
  D'ogni altro danno, accresce
  Alle miserie sue, l'uomo incolpando
  Del suo dolor, ma dà la colpa a quella
  Che veramente è rea, che de' mortali
  Madre è di parto e di voler matrigna. 
  Costei chiama inimica; e incontro a questa
  Congiunta esser pensando, 
  Siccome è il vero, ed ordinata in pria
  L'umana compagnia, 
  Tutti fra se confederati estima
  Gli uomini, e tutti abbraccia
  Con vero amor, porgendo
  Valida e pronta ed aspettando aita
  Negli alterni perigli e nelle angosce
  Della guerra comune. Ed alle offese
  Dell'uomo armar la destra, e laccio porre
  Al vicino ed inciampo, 
  Stolto crede così qual fora in campo
  Cinto d'oste contraria, in sul più vivo
  Incalzar degli assalti, 
  Gl'inimici obbliando, acerbe gare
  Imprender con gli amici, 
  E sparger fuga e fulminar col brando
  Infra i propri guerrieri. (vv. 111-144) 
&lt;/pre&gt;&lt;br&gt;Sentite la forza dello snodo del pensiero così denso e tenete conto che non è solo &amp;quot;Nobil natura&amp;quot; l'uomo che osa guardare lucidamente il &amp;quot;comun fato&amp;quot;, il fato e la natura, ma anche l'uomo, la persona che &amp;quot;grande e forte / Mostra se nel soffrir&amp;quot;. C'è una suprema forza di dignità in questo ultimo Leopardi e &lt;i&gt;La ginestra&lt;/i&gt; è una grande lezione di dignità nel soffrire, nel sopportare &amp;quot;il mal che ci fu dato in sorte&amp;quot;. E l'uomo leopardiano &amp;quot;con franca lingua&amp;quot; rivela la realtà delle cose senza toglier nulla a questa &amp;quot;acerba&amp;quot; verità, e non ne accresce stoltamente la miseria con le lotte fra gli uomini: &amp;quot;né gli odii e l'ire / Fraterne [...] accresce / Alle miserie sue'', come egli afferma in un crescendo impetuoso e appassionato. E voi sentite certo la forza di un ritmo incalzante, come in un certo senso incalzante è lo snodo del pensiero, e questo impeto raggiunge persino toni entusiastici che non sono certamente convenzionali e il cui significato parafrasato potrebbe apparire anche prosastico e convenzionale, mentre tutta la sua forza viene data radicalmente proprio dallo spessore linguistico inerente, dalle forme che assume la poesia in questo brano e che, ripeto, trova d'altra parte equivalenti nella forza, in questo caso addirittura entusiastica, anche nella violenza, di aggressione alle stolte credenze e alle illusioni ingenue, o, peggio, interessate delle religioni (e dei detentori del potere).&lt;img src="http://c.services.spaces.live.com/CollectionWebService/c.gif?cid=9113081775514208842&amp;page=RSS%3a+Binni+e+la+Ginestra&amp;referrer=" width="1px" height="1px" border="0" alt=""&gt;&lt;img style="position:absolute" alt="" width="0px" height="0px" src="http://c.live.com/c.gif?NC=31263&amp;amp;NA=1149&amp;amp;PI=73329&amp;amp;RF=&amp;amp;DI=3919&amp;amp;PS=85545&amp;amp;TP=gpilumeli1947italy.spaces.live.com&amp;amp;GT1=gpilumeli1947italy"&gt;</description><comments>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!7540.entry#comment</comments><guid isPermaLink="true">http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!7540.entry</guid><pubDate>Sat, 19 Apr 2008 17:37:23 GMT</pubDate><slash:comments>0</slash:comments><msn:type>blogentry</msn:type><live:type>blogentry</live:type><live:typelabel>Blog entry</live:typelabel><wfw:commentRss>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/blog/cns!7E782B97769C4A4A!7540/comments/feed.rss</wfw:commentRss><wfw:comment>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!7540.entry#comment</wfw:comment><dcterms:modified>2008-04-19T17:37:23Z</dcterms:modified></item><item><title>Timpanaro e Leopardi</title><link>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!7403.entry</link><description>&lt;p&gt;  &lt;p&gt;Grazie a Loretta e Roberto, ho potuto riavere il saggio di Sebastiano  &lt;p&gt;Timpanaro &amp;quot;Antileopardiani e neo moderati nella sinistra italiana&amp;quot;  &lt;p&gt;pubblicata in quattro numeri della rivista &amp;quot;Belfagor&amp;quot; negli anni 1975 e  &lt;p&gt;1976 e poi pubblicato in volume, oggi assolutamente introvabile. Io credo  &lt;p&gt;che il saggio di Timpanaro sia la più bella cosa che sia mai stata scritta  &lt;p&gt;su Leopardi, almeno tra le cose che ho letto io; ne voglio quindi parlare  &lt;p&gt;in questo forum per tutti coloro cui riesca difficile il reperimento del  &lt;p&gt;saggio, sopra tutto per i più giovani che non hanno vissuto quel periodo  &lt;p&gt;della nostra storia. Lo farò, diciamo così, a rate, per non angustiarvi.  &lt;p&gt;Sebastiano Timpanaro, per chi non lo sappia, è stato un grande filologo -  &lt;p&gt;bellissimo il suo: &amp;quot;La filologia di Giacomo leopardi&amp;quot;, ancora reperibile,  &lt;p&gt;oltre che studioso delle figure, anche minori, del nostro Ottocento.  &lt;p&gt;Marxista, e studioso di Leopardi, si avvide ben presto che la filosofia di  &lt;p&gt;Giacomo, antiprovvidenzialista e pessimista, mal si conciliava con la  &lt;p&gt;teoria marxiana del progresso inevitabile dela società, mediante la  &lt;p&gt;rivoluzione proletaria. Ma a Marx, ed al togliattismo imperante in Italia,  &lt;p&gt;antepose Leopardi. Disse cioé espressamente che ov la filosofia marxiana  &lt;p&gt;divergeva dalle teorie leopardiane, era in difetto Marx. Esempio primo: la  &lt;p&gt;teoria dei rapporti tra l'uomo e la natura, che in Marx sono solo rapporti  &lt;p&gt;di produzione, mentre in Leopardi assumono ben altro carattere, dal  &lt;p&gt;momento che essa è la principale causa della infelicità dell'individuo e  &lt;p&gt;quindi della società.  &lt;p&gt;  &lt;p&gt;Chi ha la mia età sa bene cosa abbia significato per il mondo l'anno domini 1973. Succede che un medico socialista, tale Salvador Allende, viene eletto Presidente di una gloriosa nazione dell'America del Sud, il Cile. Costui si mette in testa che è ora di risollevare le sorti del suo popolo, frodato della sua principale ricchezza, il rame, dalle multinazionali statunitensi. Così nazionalizza l'industria del rame ed attua la riforma agraria. Mal glie ne incolse. La potente nazione americana, gendarme del mondo, ed il suo braccio armato, la CIA, prima gli organizzano contro un lunghissimo sciopero dei camionisti (tutto il commercio cileno, paese lunghisimo per estensione geografica, si svolge coi camion. L'economia cilena sfiora il collasso, ma il popolo sta dalla parte del suo Presidente. Che succede allora? Il golpe del fascista Pinochet, migliaia di morti, il Presidente stesso cade suicida. Di Quei tempi, di quegli avvenimenti i vecchietti come me ricorderanno la musica degli Int i Illimani, le bellissime poesie di Pablo Neruda, che allora compose il libretto &amp;quot;Incitamento al Nixonicidio. Quei tempi i più giovani li possono conoscere leggendo i romanzi di Isabel Allende, nipote del Presidente.  &lt;p&gt;---------------- &lt;p&gt;Mi chiederete: che c'entra il colpo di stato in Cile con Leopardi? Dio mio, Giacomo si porta già appresso la nomea di antipolitico, di disimpegnato, di reazionario (anche Sanguineti ohibo' parla di un Leopardi di destra!, figuriamoci...), che c'entra dunque la tragedia del popolo cileno col poeta lirico per eccellenza, col poeta degli idilli? Col Poeta, dico, della poesia pura?  &lt;p&gt;Succede che la tragedia cilena, maturata con la complicità della democrazia cristiana di quel paese e di certi ambienti vaticani, porta un grande democratico italiano, forse - sicuramente anzi - l'ultimo uomo politico italiano di grande spessore e di assoluta onestà, Enrico Berlinguer, segretario del Partito comunista italiano, ad interrogarsi sui motivi di quella tragedia e sulle sue conseguenza sulla politica italiana. Berlinguer crede di apprendere da quella tragedia, in assoluta buona fede, che solo l'unità delle grandi forze democratiche, laiche, socialiste e cattoliche, possano scongiurare(a questo punto mi chiedo: ma questa mia ricostruzione interessa a qualcuno? &lt;p&gt;In quel tempo (si, si, è passato tanto di quel tempo), le università e la critica militante erano complementari alla sinistra, così che avviene che il disegno politico di Berlinguer si trasformi in disegno culturale; l'incontro col mondo cattolico porta, inconsciemente, alla rivalutazione di una certa cultura cattolica, provvidenzialista, a discapito di quella laica e socialista.  &lt;p&gt;A quel disegno egemonico - Berlinguer, ripeto, era in buona fede, gli altri no, si oppone solamente il prof. Carlo Muscetta dell'università d Catania, il gruppo del &amp;quot;Manifesto&amp;quot; e...Sebastiano Timpanaro. - Che era successo? Che grandi professori universitari, sciocchi servitori del togliattismo intellettuale, per appoggiare il disegno del partito comunista di avvicinarsi alle stanze del potere, si avvicinino alle principali figure dell'ottocento italiano, Leopardi e Manzoni, per affermare ( a quasi 30 anni dalle grandi interpretazioni leopardiane di Binni e Luporini) il carattere altamente democratico e progressista del Manzoni (oggi vien da ridere, ma allora?) appetto ad un solitario, masochista, psicologicamente labile poeta di autore di versi belli, ma secondo la teoria gramsciana, intellettuale non &amp;quot;organico&amp;quot;. Allora, sul numero XXX della rivista &amp;quot;Belfagor&amp;quot; del 1975, Romano Luperini osserva che &amp;quot;si sta delineando&amp;quot; nella sinistra italiana, e più particolarmente nell'area del P.C.I., una revisione di giudizi sui maggiori rappresentanti della letteratura e dell'ideologia del primo Ottocento italiano. (3. continua). &lt;p&gt;---------------- &lt;p&gt;Timpanaro riprende il discorso di Luporini con un lungo saggio pubblicato sulla rivista Belfagor negli anni 1975 e 1976. Si sa che Timpanaro è un marxista, ma a me pare più un leopardista. Egli, più che prendersela con i cattolici - crociani di stretta osservanza, ideologi del poeta dell'idillio, si scaglia con veemenza contro i suoi compagni che, in nome di una presunta estraneità del poeta di recanati ai problemi politici del suo tempo, pronunciano una inappellabile condanna, anche poetica, dell'opera di Leopardi. Parallelemente, contesta il loro entusiasmo smodato per il Manzoni e per i più modesti moderati toscani. La grandezza del Manzoni non è mai stata messa in discussione dalla critica marxista. Persino il grande Lukacs ha affermato senza esitazione la grande personalità del Manzoni artista e creatore di personaggi. Però, mio Dio, Gramsci, che non può essere certo tacciato di leopardismo, ché anzi (mi piange il cuore a dirlo) del Leopardi non capì proprio niente, riconosce senza mezzi termini i limiti, verso le classi popolari, del paternalismo manzoniano.  &lt;p&gt;A dire la verità, a scrivere questa cosuccia, mi sto stancando davvero, anche perché vedo che essa non interessa proprio nessuno. Tralascio perciò le parti del saggio di Timpanaro che parlano dei moderati toscani, del Giordani e di altre figure minori dell'Ottocento italiano e salto direttamente all'ultima parte ove più diffusamente si parla di Leopardi. &lt;p&gt;Timpanaro debutta contestando la teoria di Gramsci dell'intellettuale organico, affermandi senza mezzi termini che l'isolamento del Leopardi non è frutto di disimpegno o di illusorio indipendentismo ma è il prezzo necessario di una posizione realmente più avanzata (la famosa onda lunga di Luporini, nota mia). &lt;p&gt;Poi egli parla del famoso così detto &amp;quot;partito leopardiano&amp;quot; che comprende lo stesso Timpanaro, Binni, Leporini ed altri, tra i quali anche studiosi non di fede marxista, come Bosco. Ciò che accomuna costoro è non solo il rinnovato interesse per il pensiero leopardiano, ma sopra tuttora la convinzione che la poesia del Leopardi non è felix culpa in contrasto con la sua infelice filosofia, non è evasione dal materialismo e dal pessimismo, ma è la poesia di quel pensiero (viene ribaltato il concetto desanctisiano del Leopardi poeta nonostante il suo pessimismo, nota mia); che l'arretratezza culturale e filosofica leopardiana implicò certo pericoli di segregazione culturale, ma fu, nella sua sostanza più profonda, rifiuto dell'arretramento che la cultura borghese europea aveva per molti aspetti compiuto nei confronti della cultura illuministica, rifiuto tanto più importante in quanto accompagnato dalla consapevolezza che dopo la delusione storica susseguente alla fine del periodo rivoluzionario - napoleonico, un certo facile progressismo illuministico aveva ricevuto una dura e irrimediabile smentita; che il pensiero leopardiano non è nemmeno riconducibile a ideologia (falsa coscienza) di un'aristocrazia avviata a irreparabile declino, bensì contiene, accanto a indubbie estrapolazioni ideologiche, aspetti importantissimi di conoscenza obiettiva della realtà. Questo orientamento, continua Timpanaro, incontra oggi due diverse opposizioni (oltre ad un'altra, che egli giudica marginale, che giudica Leopardi un poeta religioso…), concordi però nel rifiutare l'idea di un leopardi progressista (o progressivo per dirla col Leporini, nota mia). Questi due indirizzi, Timpanaro li identifica nell'adorniano - freudiano e nel neogramsciano. Del primo indirizzo fa parte Anna Dolfi che, nel suo Leopardi e tra negazione e utopia (Padova, Liviana, 1973), svolge un'interpretazione del Leopardi non sulla linea del suo pessimismo materialistico ma dei pessimisti romantico - esistenzialisti mitteleuropei. Alla spalle di questo leopardi non sta l'illuminismo ma Kierkegaard, Schopenauer, purtoppo anche un Heidegger (apro parentesi: l'anno scorso un'amica del forum, Elena Ritossa mi parlava delle somiglianze tra il pensiero di Leopardi e quelle di Heidegger, glie le mostrava un professore dell'università di Trieste, che frequenta spero con successo. Mi auguro che Elena non subisca tali influenze, così come mi auguro che ritorni a frequentare il forum), e…Freud. Dietro la speranza come dietro la disperazione dei francofortesi si nasconde sempre , sia pure nelle forme più pudicamente velate di oscura metafisica, una promessa religiosa, magari di religione delle tenebre: non per nulla l'antimaterialismo è ben netto in tutta la scuola di Francoforte. Niente di tutto ciò in Leopardi.  &lt;p&gt;&lt;b&gt;E&lt;/b&gt;' in virtù di questa visione che &lt;b&gt;Leopardi&lt;/b&gt; guarda con simpatia, in contrasto col disprezzo che ha per i vecchi proprietari fondiari non meno che per i nuovi borghesi trafficanti, alla gente del popolo, i contadini, gli artigiani. Egli certo non pensa al popolo lavoratore come potenziale instauratore di un nuovo ordine sociale attaverso una rivoluzione. Ma non ha nemmeno, mai, paura della rivoluzione;&lt;b&gt;e&lt;/b&gt;, ciò che più importa, non è mai un populista. Nella sua valutazione del popolo come persone la cui vita si fonda sul vero &lt;b&gt;e&lt;/b&gt; non sul falso, non c'è idoleggia mento della religiosità popolare non c'è neppure, mai, l'ironia paternalistica del Manzoni. Silvia, Nerina, gli artigiani del Sabato &lt;b&gt;e&lt;/b&gt; della Quiete non hanno nulla a che vedere con Renzo &lt;b&gt;e&lt;/b&gt; Lucia; meno ancora il giovane &lt;b&gt;e&lt;/b&gt; la fanciulla popolani di Amore &lt;b&gt;e&lt;/b&gt; Morte, che arrivano per la potenza d'amore al suicidio concepito come atto eroico. Popolo primitivo, non barbaro. Il progressismo politico di &lt;b&gt;Leopardi&lt;/b&gt; sta qui: nell'abolizione delle due culture, una per le classi dominanti &lt;b&gt;e&lt;/b&gt; colte, l'altra per la classe oppressa, alla quale non solo i moderati toscani, ma nemmeno Voltaire &lt;b&gt;e&lt;/b&gt; nemmeno i borghesi avanzati del secolo XIX avrebbero mai acconsentito: nella scoperta del valore sociale del vero. Illuminista in senso restrittivo egli è ancora in quanto non sembra consapevole che tale unificazione culturale, che costituisce la premessa alla lotta solidale di tutti gli uomini contro la natura, presuppone a sua volta una rivoluzione sociale. Infine &lt;b&gt;Timpanaro&lt;/b&gt; dice la sua sul pessimismo leopardiano che, per lui, specie quello della fase finale inerente al rapporto uomo natura, alla fragilità biologica dell'uomo, al male fisico, non è da interpretare né come una manifestazione nevrotica o comunque patologica individuale, né come la proiezione ideologica di una sofferenza storico - sociale. Queste interpretazioni sono concordi nel negare al pessimismo leopardiano un valore di conoscenza obiettiva &lt;b&gt;e&lt;/b&gt; diretta di una situazione reale in cui l'uomo si trova nel suo rapporto con la natura. A questo punto &lt;b&gt;e&lt;/b&gt; davvero chiudo, il leopardiano ed il marxiano &lt;b&gt;Timpanaro&lt;/b&gt; sembrano scontrarsi &lt;b&gt;e&lt;/b&gt; finire in un profondo dissidio. Invece, con l'onesta che gli è propria, &lt;b&gt;Timpanaro&lt;/b&gt; ammette che forzature ideologiche vi sono nell'ultimo Leopardi. Quando egli dice (Z. 4070 - 4072 &lt;b&gt;e&lt;/b&gt; lettera a Fanny del 5 dicembre 1831) che l'infelicità degli uomini dipende soltanto dall'oppressione che su di essi esercita la natura &lt;b&gt;e&lt;/b&gt; svaluta quindi ogni lotta politica, compie evidentemente una estrapolazione del tutto erronea. Una estrapolazione, si noti, che ha un punto di partenza giusto &lt;b&gt;e&lt;/b&gt; progressista, consistente nell'affermazione (recisamente anticristiana ed antimoralistica) che la malvagità umana è una conseguenza della sua infelicità &lt;b&gt;e&lt;/b&gt; non viceversa (Z. 4428, Storia del genere umano etc.); ma dall'incolpevolezza dell'uomo (anche dell'oppressore) il Leopardi deduce spesso l'eguale infelicità di oppressi ed oppressori, l'inutilità della lotta politica là dove unica rea è la natura. Perciò anche il marxismo, con la sua giustissima insistenza sul male sociale, corre il rischio di compiere un'operazione anch'essa riduzionistica. malattie, vecchiezza, morte diverranno , se non piacevoli, serenamente accettabili nella società comunista? &lt;b&gt;E&lt;/b&gt; ancora: la prospettiva del comunismo come passaggio dal regno della necessità a quello della libertà, sulla quale ha insistito particolarmente Enghels, è davvero interamente conciliabile non solo con la persistenza della fragilità biologica del singolo individuo, ma della futura inevitabile estinzione della specie umana? &lt;b&gt;E&lt;/b&gt; conclude con un sogno (udite, udite): è necessario perseguire la riflessione &lt;b&gt;e&lt;/b&gt; la ricerca sul contributo che il pessimismo materialistico di &lt;b&gt;leopardi&lt;/b&gt;, proprio in ciò che ha di diverso dal marxismo, può dare allo sviluppo del marxismo, per evitare che esso regredisca verso posizioni antropocentriche &lt;b&gt;e&lt;/b&gt; verso una concezione del corso storico troppo provvidenzialistica. Naturalmente, perché le due visioni della realtà possano agire una sull'altra, occorre che nonostante tutte le diversità &lt;br&gt;esista anche un punto in comune. Esso è rappresentato dal rifiuto della filosofia come consolazione, dalla convinzione che tutti i mali di cui soffre l'umanità non devono essere giustificati, ma, ogni volta che è possibile, soppressi &lt;b&gt;e&lt;/b&gt;, quando non è possibile, denunciati come tali senza alcuno stolto conforto. FINE Colpevoli di questo mio modesto, tedioso &lt;b&gt;e&lt;/b&gt; lungo saggio sono l'ammirazione per &lt;b&gt;Timpanaro&lt;/b&gt; che risale agli anni dei miei studi universitari &lt;b&gt;e&lt;/b&gt; poi Loretta &lt;b&gt;e&lt;/b&gt; Roberto che mi hanno permesso di rileggere &lt;b&gt;Timpanaro&lt;/b&gt; dopo tanti anni. Chiedo perdono ai più giovani per il fastidio loro procurato. Giuseppe&lt;img src="http://c.services.spaces.live.com/CollectionWebService/c.gif?cid=9113081775514208842&amp;page=RSS%3a+Timpanaro+e+Leopardi&amp;referrer=" width="1px" height="1px" border="0" alt=""&gt;&lt;img style="position:absolute" alt="" width="0px" height="0px" src="http://c.live.com/c.gif?NC=31263&amp;amp;NA=1149&amp;amp;PI=73329&amp;amp;RF=&amp;amp;DI=3919&amp;amp;PS=85545&amp;amp;TP=gpilumeli1947italy.spaces.live.com&amp;amp;GT1=gpilumeli1947italy"&gt;</description><comments>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!7403.entry#comment</comments><guid isPermaLink="true">http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!7403.entry</guid><pubDate>Mon, 31 Mar 2008 15:53:24 GMT</pubDate><slash:comments>1</slash:comments><msn:type>blogentry</msn:type><live:type>blogentry</live:type><live:typelabel>Blog entry</live:typelabel><wfw:commentRss>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/blog/cns!7E782B97769C4A4A!7403/comments/feed.rss</wfw:commentRss><wfw:comment>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!7403.entry#comment</wfw:comment><dcterms:modified>2008-03-31T15:53:24Z</dcterms:modified></item><item><title>Asor Rosa</title><link>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!7341.entry</link><description>&lt;p&gt;  
&lt;p&gt;Citazione 
&lt;blockquote&gt;&lt;a href="http://ilgiardinodigiacomo.spaces.live.com/blog/cns!D4CBCC966E911A11!913.entry"&gt;Asor Rosa&lt;/a&gt;&lt;br&gt;
&lt;table cellspacing=0 cellpadding=0 width="100%" border=0&gt;
&lt;tbody&gt;
&lt;tr&gt;
&lt;td&gt;
&lt;table cellspacing=0 cellpadding=0 width="100%" border=0&gt;
&lt;tbody&gt;
&lt;tr&gt;
&lt;td width="98%"&gt;Alberto Asor Rosa al Sabato del Villaggio dialoga con Leopardi &lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;
&lt;tr&gt;
&lt;td&gt;
&lt;table cellspacing=0 cellpadding=0 width="100%" border=0&gt;
&lt;tbody&gt;
&lt;tr&gt;
&lt;td width="41%"&gt;  
&lt;td width="9%"&gt;&lt;br&gt;
&lt;td width="15%"&gt;&lt;br&gt;
&lt;td width="17%"&gt;&lt;img height=13 src="http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/mmm2008-02-07_16.56/elementi/icona_commento.gif" width=16&gt; 
&lt;td width="17%"&gt;&lt;br&gt;
&lt;td width="1%"&gt; &lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;
&lt;tr&gt;
&lt;td&gt;  
&lt;tr&gt;
&lt;td&gt;Grandissima attesa per il terzo, imperdibile, appuntamento del «Sabato del Villaggio», la prestigiosa rassegna di incontri tra letteratura e filosofia diretta da Raffaele Gaetano e promossa dall’Amministrazione Comunale di Lamezia Terme. Sabato 15 marzo alle ore 18.00, nella cornice dell’Auditorium dell’Istituto Magistrale di Lamezia Terme, sarà la volta di Alberto Asor Rosa, autore di fondamentali saggi tra i più apprezzati dello scenario contemporaneo, critico raffinatissimo, unanimemente riconosciuto come il maggiore studioso di letteratura italiana. Argomento dell’incontro, che si dipanerà come sempre attraverso un fitto dialogo con tra l’ospite e il Direttore Artistico, «Giacomo Leopardi». Un autore e un tema affascinati, certamente classici per quanto riguarda la letteratura universale. &lt;br&gt;Sentito su questo terzo evento della seguitissima rassegna lametina il Direttore Artistico ha dichiarato: «Giacomo Leopardi è una delle figure più importanti della letteratura mondiale. La straordinaria qualità lirica della sua poesia e la profonda riflessione sulla condizione umana ne fanno un protagonista assoluto nel panorama letterario e filosofico di tutti i tempi. Proprio a Giacomo Leopardi abbiamo voluto dedicare il nuovo appuntamento del “Sabato del Villaggio”, che, dopo il memorabile incontro con Valerio Magrelli, si ferma ancora una volta a riflettere sui significati reconditi della poesia. In un memorabile tête à tête dialogherà idealmente con il grande recanatese il più colto e raffinato studioso di letteratura italiana, Alberto Asor Rosa. Proseguiamo così la nostra rassegna con un evento dal profilo semplice e icastico, un appuntamento di forte impatto emotivo che proietterà sull’orizzonte della memoria letture antiche e recenti, pagine esemplari di una letteratura ineguagliabile, versi immortali che hanno puntellato la formazione culturale di ognuno e che sotto la lente privilegiata di Alberto Asor Rosa torneranno a vivere in una foggia diversa e originale, quella della grande critica». &lt;br&gt;Un evento, dunque, questo del «Sabato del Villaggio», che si preannuncia imperdibile per la maestria e la profonda conoscenza con cui il noto studioso tirerà le fila del complicatissimo rapporto tra poesia e arte in Leopardi. &lt;br&gt;Ora qualche parola sul protagonista della serata. Storico, critico letterario, Alberto Asor Rosa è considerato il maggiore studioso di letteratura italiana, noto per i suoi studi in campo internazionale. Ha segnato i suoi esordi con la demistificazione dei principali «luoghi comuni» della cultura letteraria contemporanea (Scrittori e popolo, 1965; riedito da Einaudi nel 1988), per occuparsi poi di argomenti relativi al Trecento e Cinquecento, al Seicento (La cultura della Controriforma, Laterza, 1974), all’Ottocento (Manzoni, Verga e il verismo), al Novecento (La cultura, Einaudi, 1975), nonché di critica militante. Ha firmato molti titoli sul «canone» dei classici e sulle origini della letteratura italiana e approfondito lo studio della produzione letteraria contemporanea; numerose, infatti, le sue monografie sui nostri principali autori, dalle origini al secolo scorso (Boccaccio, Guicciardini, Sarpi, Verga, Collodi, Campana, Calvino). È direttore per Einaudi della prestigiosa «Letteratura italiana» e per La Nuova Italia ha scritto una Storia della Letteratura italiana (1973), più volte ristampata. Di recente ha raccolto in volume i suoi saggi sulla cultura e la letteratura italiana ed europea del secolo passato (Un altro Novecento, La Nuova Italia, 1999). &lt;br&gt;Chiediamo ancora al Direttore Artistico della rassegna, Raffaele Gaetano, cosa pensa di questa nuova edizione del «Sabato del Villaggio» che sta caratterizzando con la sua qualità lo scenario culturale calabrese: «Il “Sabato del Villaggio” giunge alla settima edizione proponendo anche quest’anno incontri tra letteratura e filosofia. Un bel dire in una Regione che gli indici di lettura danno sconsolatamente per ultima. Eppure, molti trovano nella rassegna uno scialo di esperienze ed emozioni al massimo livello. Personaggi di primo piano della cultura italiana e internazionale danno voce ai loro pensieri dialogando con me in un’atmosfera gradevole e informale. Un appuntamento/evento che si è fortemente radicato a Lamezia Terme e in Calabria e che può vantare una vasta eco anche a livello nazionale. Una festa della cultura che vede protagonista non l’élite intellettuale ma tutta la città, a partire da quella marea di giovani che attendono impazienti da un mese all’altro gli eventi della rassegna. Anche quest’anno verranno proposti personaggi che, pur distanti tra loro per differenti percorsi che li hanno portati al felice incontro con la parola scritta e con le idee, sono simili nell’essere dei grandi comunicatori. Nomi capaci di coinvolgere un pubblico eterogeneo, fornendogli chiavi sempre diverse per intraprendere quel meraviglioso viaggio dell’anima che è il sapere». &lt;br&gt;&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;img src="http://c.services.spaces.live.com/CollectionWebService/c.gif?cid=9113081775514208842&amp;page=RSS%3a+Asor+Rosa&amp;referrer=" width="1px" height="1px" border="0" alt=""&gt;&lt;img style="position:absolute" alt="" width="0px" height="0px" src="http://c.live.com/c.gif?NC=31263&amp;amp;NA=1149&amp;amp;PI=73329&amp;amp;RF=&amp;amp;DI=3919&amp;amp;PS=85545&amp;amp;TP=gpilumeli1947italy.spaces.live.com&amp;amp;GT1=gpilumeli1947italy"&gt;</description><comments>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!7341.entry#comment</comments><guid isPermaLink="true">http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!7341.entry</guid><pubDate>Sat, 15 Mar 2008 12:00:07 GMT</pubDate><slash:comments>0</slash:comments><msn:type>blogentry</msn:type><live:type>blogentry</live:type><live:typelabel>Blog entry</live:typelabel><wfw:commentRss>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/blog/cns!7E782B97769C4A4A!7341/comments/feed.rss</wfw:commentRss><wfw:comment>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!7341.entry#comment</wfw:comment><dcterms:modified>2008-03-15T12:00:07Z</dcterms:modified></item><item><title>E brava Loretta</title><link>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!7026.entry</link><description>&lt;div&gt;
&lt;div style="font-size:1.7em;color:#aaa;text-align:left"&gt;Le iniziative del Centro Culturale Palazzo Cavagnis&lt;/div&gt;
&lt;h1&gt;Il difensore di Giobbe e Salomone&lt;/h1&gt;Venezia, Palazzo Cavagnis&lt;br&gt;
&lt;div style="margin-bottom:10px"&gt;il 16 Gennaio 2008 ore 17:30 
&lt;p style=""&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p style="border-right:red 0px solid;border-top:red 0px solid;border-left:red 0px solid;border-bottom:red 0px solid;text-align:justify"&gt;
&lt;div align=justify&gt;&lt;span style="font-size:10pt;font-family:Verdana"&gt;&lt;font face="verdana,geneva"&gt;&lt;em&gt;Leopardi, Giobbe, Qohélet&lt;/em&gt;&lt;/font&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:10pt;font-family:Verdana"&gt;&lt;font face="verdana,geneva"&gt; 
&lt;p style="margin:0cm 0cm 0pt"&gt;conferenza
&lt;div&gt;
&lt;table style="border-right:#000 0px solid;border-top:#000 0px solid;background:none transparent scroll repeat 0% 0%;border-left:#000 0px solid;width:10px;border-bottom:#000 0px solid" cellspacing=0 cellpadding=0&gt;
&lt;tbody&gt;
&lt;tr&gt;
&lt;td align=middle&gt;
&lt;tr&gt;
&lt;td style="font-weight:normal;font-size:10px;color:black;font-style:normal;text-align:center;text-decoration:none"&gt;Giacomo Leopardi (1798 - 1837)&lt;/tbody&gt;&lt;/table&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p style="margin:0cm 0cm 0pt"&gt; &lt;/font&gt;&lt;/span&gt;
&lt;p style="margin:0cm 0cm 0pt"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size:10pt;font-family:Verdana"&gt;&lt;font face="verdana,geneva"&gt;&lt;/font&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;
&lt;p style="margin:0cm 0cm 0pt"&gt;&lt;font face="verdana,geneva"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size:10pt;font-family:Verdana"&gt;&lt;br&gt;relatrice&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;span style="font-size:10pt;font-family:Verdana"&gt; &lt;/span&gt;&lt;/font&gt;
&lt;p style="margin:0cm 0cm 0pt"&gt;&lt;span style="font-size:10pt;font-family:Verdana"&gt;&lt;font face="verdana,geneva"&gt;&lt;em&gt;dott.ssa Loretta Marcon&lt;/em&gt;&lt;br&gt;&lt;/font&gt;&lt;/span&gt;
&lt;p style="margin:0cm 9.65pt 0pt 0cm;tab-stops:198.0pt"&gt;&lt;font face="verdana,geneva"&gt;&lt;font size=2&gt;&lt;strong&gt;&lt;br&gt;introduce&lt;/strong&gt;&lt;span&gt;  &lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;
&lt;p style="margin:0cm 9.65pt 0pt 0cm;tab-stops:198.0pt"&gt;&lt;font face="verdana,geneva" size=2&gt;&lt;em&gt;Gregorio Plescan&lt;/em&gt;&lt;/font&gt;
&lt;p style="margin:0cm 0cm 0pt"&gt;&lt;span style="font-size:10pt;font-family:Verdana"&gt;&lt;font face="verdana,geneva"&gt;(Pastore della Chiesa Valdese e &lt;/font&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:12pt;font-family:'Times New Roman'"&gt;&lt;font face="verdana,geneva" size=2&gt;Metodista di Venezia)&lt;br&gt;&lt;/font&gt;&lt;/span&gt;&lt;br&gt;&lt;strong&gt;Tutta l'Opera di Giacomo Leopardi&lt;/strong&gt; porta il segno dei due più sconvolgenti libri della Bibbia: Giobbe e Qohélet. In questi due personaggi, da lui stesso considerati quasi i precursori del suo &amp;quot;sistema&amp;quot; filosofico, il poeta-filosofo di Recanati, poteva specchiarsi e ritrovare intatta la propria immagine. Giobbe e Qohélet, il volto della sofferenza innocente dell'uomo e il cantore dell'assoluta vanità delle cose terrene, affiorano di continuo, mostrando il loro volto, nelle pagine leopardiane.&lt;br&gt;&lt;br&gt;
&lt;p&gt;Perché fin dalla fine dell'Ottocento Leopardi fu chiamato, anche dallo stesso Carducci, &amp;quot;il Giobbe del pensiero italiano? Quale &amp;quot;giustificazione&amp;quot; scientifica dare a tale &amp;quot;etichetta&amp;quot; che si è perpetrata fino ad oggi, senza che un esame di tutta l'Opera leopardiana e della biografia, comparata con il poema rendesse appieno ragione di tale accostamento? Sembra troppo semplicistico  liquidare la questione solo sulla base di una vita vissuta nel dolore.&lt;br&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;E che dire dell'altro alter-ego di Leopardi?&lt;/strong&gt; Il rapporto con Qohélet, riconosciuto sia dalla critica leopardiana, sia dagli esegeti e commentatori della Bibbia, è profondo e continuo e lega il sapiente, lucido e desolato Qohélet del &amp;quot;vanità delle vanità, tutto è vanità&amp;quot;, al poeta moderno che grida nel silenzio &amp;quot;Oh infinita vanità del vero!&amp;quot;. Il primo, dopo essere passato attraverso tutti i possibili piaceri, non si lamenta come Giobbe ma si raccoglie in una sovrana distanza nel più totale disincanto constatando che tutto è vuoto e inseguire il vento. Nel secondo il desiderio di felicità rimarrà a livello di sogno e d'immaginazione ma l'approdo sarà il medesimo: tutto è vanità.&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://c.services.spaces.live.com/CollectionWebService/c.gif?cid=9113081775514208842&amp;page=RSS%3a+E+brava+Loretta&amp;referrer=" width="1px" height="1px" border="0" alt=""&gt;&lt;img style="position:absolute" alt="" width="0px" height="0px" src="http://c.live.com/c.gif?NC=31263&amp;amp;NA=1149&amp;amp;PI=73329&amp;amp;RF=&amp;amp;DI=3919&amp;amp;PS=85545&amp;amp;TP=gpilumeli1947italy.spaces.live.com&amp;amp;GT1=gpilumeli1947italy"&gt;</description><comments>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!7026.entry#comment</comments><guid isPermaLink="true">http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!7026.entry</guid><pubDate>Thu, 10 Jan 2008 16:51:16 GMT</pubDate><slash:comments>0</slash:comments><msn:type>blogentry</msn:type><live:type>blogentry</live:type><live:typelabel>Blog entry</live:typelabel><wfw:commentRss>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/blog/cns!7E782B97769C4A4A!7026/comments/feed.rss</wfw:commentRss><wfw:comment>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!7026.entry#comment</wfw:comment><dcterms:modified>2008-01-10T16:51:16Z</dcterms:modified></item><item><title>Da Città Nuova</title><link>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!6940.entry</link><description>&lt;div&gt;&lt;span&gt;10/07/2007 &lt;/span&gt;&lt;br&gt;&lt;span&gt;Confronti &lt;/span&gt;&lt;br&gt;&lt;span&gt;&lt;font color="#990033"&gt;&lt;font face="Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif"&gt;&lt;b&gt;Qohélet, Leopardi e il Cristianesimo &lt;/b&gt;&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;/span&gt;&lt;br&gt;&lt;span&gt;Giovanni Casoli &lt;/span&gt;&lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;font color="#ff0000"&gt;&lt;font face="Verdana,Arial,Helvetica,Sans"&gt;&lt;span&gt;&lt;i&gt;Un illuminante saggio di Loretta Marcon sul rapporto che collega l'ardente e disperato poeta di Recanati al deluso negatore dell'Ecclesiaste. &lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;br&gt;&lt;/font&gt;
&lt;p align=justify&gt;&lt;font face="Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif"&gt;Sono molto lieto per il fatto che Loretta Marcon, studiosa che stimo particolarmente, compie il dittico leopardiano, lei che l'ha iniziato: dopo Giobbe e Leopardi, Qohélet e Leopardi (Napoli, Guida in cui viene pubblicata in parte questa presentazione), in un confronto necessario in sé stesso e con il precedente. È ineliminabile in una seria critica leopardiana il riconoscimento della presenza, profonda e pervasiva, e dunque della centralità, in una lettura seria di Leopardi, dell'asse biblico-filosofico su cui si allineano pessimismo- rivolta e nichilismo, Giobbe e Qohélet, appunto.&lt;br&gt;Questo asse di ispirazione e riflessione incrocia l'altro, di Dio stesso, come tale (il Dio biblicocristiano) nel poeta di Recanati; al quale ho dedicato anni fa un mio specifico saggio in colpevole assenza di questa tematica nella critica leopardiana, che ora per parte sua la Marcon contribuisce ad aggiornare e completare preziosamente.&lt;br&gt;Siamo il Paese degli storici steccati (storici, reviviscenti e stucchevoli, ormai), e perciò anche Leopardi si è trovato laicizzato ad oltranza, pur essendo morto deliberatamente e sacramentalmente cristiano, ed essendo vissuto molto più vicino, dolorosamente, al cristianesimo, del quale aveva perduto la fede teologale, rispetto a tanti credenti della domenica o miscredenti superficiali e sommari.&lt;br&gt;Il pensiero religioso di Leopardi è continuo, potente, tragico nelle prose e nelle poesie: chi lo nega o non conosce Leopardi o lo disconosce ideologicamente; e se si rifugia nella formula di emergenza Leopardi ateo incorre nel più clamoroso infortunio. L'ipotesi della non esistenza di Dio, infatti, occupa in lui solo lo spazio di una ipotesi (Zib. 1713, 4248, 4274- 4275), e non ha seguito asseverativo, mentre non ha mai fine in Leopardi l'inseguimento (antiteistico, ben altra cosa dal distacco ateistico) del Dio-natura malvagio/matrigna, al quale il poeta infine rivolge, nel famoso frammento-abbozzo di un inno Ad Arimane, quella che ho definito (e non me ne pento) preghiera-bestemmia, pregandolo e maledicendolo per un dolore di vivere che da lui origina e che Leopardi trentacinquenne non sopporta più (Non posso, non posso più della vita).&lt;br&gt;Leopardi non è un grande, è un genio: conduce a catastrofica chiarezza la grande crisi della cultura occidentale, del suo razionalismo sino naturalistico anche religioso, per il quale la verità si va prosciugando di vita e caricando di insostenibile astrattezza concettuale, e l'idea è sempre meno ciò che si vede (com'è in greco, nei greci, in Platone) e sempre più ciò che sterilmente solo-si-pensa, che non è vita, non fa vivere.&lt;br&gt;Devo evitare nomi per non allargare indebitamente il discorso, ma uno ho l'obbligo di farlo: Galileo, sincero cristiano malamente trattato dall'Inquisizione, non si accorse che il suo genio trascinava però già esiziali scorie scientiste: quando dice che in certi ambiti e limiti (i princìpi geometrici, ad esempio) l'uomo può conoscere come Dio; e quando afferma che la natura non s'intende se non se ne comprendono i caratteri matematici in cui è scritta, dice due enormità, purtroppo mai rilevate, contro ogni verità teologica (lui che in altri casi era buon teologo) ma anche culturale, perché la conoscenza che Dio ha, a differenza di quella umana, è creatrice, e perché la conoscenza matematica della natura, pur ricca di futuro scientifico (nel senso delle scienze naturali, che non sono tutte le scienze e tutta la conoscenza) e tecnologico, non è certo l'unica conoscenza della natura stessa: e quella spirituale, dalla Bibbia a san Francesco, e quella poetica, artistica e filosofica e teologica?&lt;br&gt;E poi: i concetti entusiastici di Galileo non sono più entusiastici in Bacone, in Cartesio, in Hume: e siamo già a Leopardi, che giustissi- mamente grida Oh infinita vanità del vero! e canta, facendo rabbrividire, E conosciuto il mondo/ Solo il nulla s'accresce. La conoscenza, per quanto razionalmente acuta - e proprio perciò prevaricante, perché totalizzante -, se non è anche e medesimamente vita, produce morte, insensatezza che mortifica e annienta, perché la conoscenza- vita si sviluppa e ha senso nel tempo, e, dice il grandissimo T. S. Eliot, senza significato non c'è il tempo: infatti la ragione, dice e ripete Leopardi, è nemica della natura cioè del ritmo vitale del tempo, se lo astrattizza; e se anche la natura si rivela poi matrigna - come la madre stessa di Leopardi nel suo cristianesimo capovolto (Zib. 353-356), e tutta la natura quantificata e meccanizzata dal pensare filosofico-scientifico, con la filosofia ridotta ormai a poco più che ancilla scientiae naturalis, dei due secoli che precedono Leopardi - allora davvero non ha più senso vivere la vita naturale, e anche quella soprannaturale, perché la grazia presuppone la natura; ed è il caso di chiedere alla luna, simbolo straziante, e con i versi più agghiaccianti scritti nell'era cristiana: Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore/ Rida la primavera (Canto notturno), vera apocalisse cioè rivelazione della catastrofe culturale-religiosa dell'Occidente.&lt;br&gt;L'infinita vanità del vero è una intuizione addirittura evangelica.&lt;br&gt;Infatti nei Vangeli la verità non è mai un concetto, è la persona di Cristo che dice Io sono (...) la verità (Gv 14, 6), e in tutta la Bibbia verità ('emet), pur arricchendosi nei tardi libri del Primo Testamento di connotazioni intellettuali ellenistiche, significa e continua a significare fondamentalmente fedeltà, lealtà (Verità di Jhwh, passim); e infatti nel Nuovo Testamento si parla di fare la verità (Gv 3, 21; Ef 4, 15), perché ogni conoscenza astratta dà morte: la lettera uccide, è lo spirito che vivifica, 2 Cor 3, 6.&lt;br&gt;La profonda, infinita protesta del genio di Leopardi contro la verità che non dà vita ma morte, quindi contro la ragione assolutizzata, contro le sue illusioni vuote, contro Dio stesso inteso come termine di verità morte e mortifere, giustamente non cessa. Se Leopardi avesse davvero conosciuto il Dio cristiano (il Dio vivente e Padre di Gesù Cristo), lo avrebbe distinto e separato dalla frana culturale dell'Occidente razionalista, di cui sono (siamo) in parte responsabili i cristiani stessi; non dico: avrebbe ritrovato la fede, perché questo nessuno può e deve dirlo (anche se resta vero che ritrovò la volontà sacramentale), ma certo non avrebbe identificato, come fece, la tragedia del nichilismo e la colpa di Dio.&lt;br&gt;È su questo preciso e vastissimo sfondo che bisogna pensare il rapporto di Leopardi - lungo, consapevole, voluto - con il sapiente desolato Qohélet, suo simile anche se tanto diverso, come bene lo illumina Loretta Marcon nel suo saggio, confrontando il deluso negatore ecclesiaste e l'ardente disperato poeta moderno che odia la vita e te la fa amare (F. De Sanctis). E la precisa, particolareggiata disamina che la studiosa conduce del loro rapporto, corredata dell'essenziale pertinente bibliografia e perfino della conoscenza della biblioteca di Casa Leopardi, con la padronanza sicura e totale dei testi, risulta per più versi e progressivamente rivelatrice: lo hebel qoheletiano e 1'infinita vanità del tutto qoheletianoleopardiana si assimilano e si dissimilano con una ricchezza di motivi dalla quale il lettore resterà preso e affascinato.&lt;br&gt;&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://c.services.spaces.live.com/CollectionWebService/c.gif?cid=9113081775514208842&amp;page=RSS%3a+Da+Citt%c3%a0+Nuova&amp;referrer=" width="1px" height="1px" border="0" alt=""&gt;&lt;img style="position:absolute" alt="" width="0px" height="0px" src="http://c.live.com/c.gif?NC=31263&amp;amp;NA=1149&amp;amp;PI=73329&amp;amp;RF=&amp;amp;DI=3919&amp;amp;PS=85545&amp;amp;TP=gpilumeli1947italy.spaces.live.com&amp;amp;GT1=gpilumeli1947italy"&gt;</description><comments>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!6940.entry#comment</comments><guid isPermaLink="true">http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!6940.entry</guid><pubDate>Tue, 25 Dec 2007 09:48:20 GMT</pubDate><slash:comments>0</slash:comments><msn:type>blogentry</msn:type><live:type>blogentry</live:type><live:typelabel>Blog entry</live:typelabel><wfw:commentRss>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/blog/cns!7E782B97769C4A4A!6940/comments/feed.rss</wfw:commentRss><wfw:comment>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!6940.entry#comment</wfw:comment><dcterms:modified>2007-12-25T09:49:30Z</dcterms:modified></item><item><title>Un'intervista a Loretta Marcon</title><link>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!6918.entry</link><description>&lt;span&gt;
&lt;h4 style="margin-bottom:0px"&gt;&lt;font color="#00b050"&gt;Un''intervista a Loretta Marcon&lt;/font&gt;&lt;/h4&gt;
&lt;div&gt;
&lt;div&gt;&lt;font color="#00b050"&gt;Con grande gioia riporto un'intervista del Prof. Giovanni Casoli all'amica Loretta Marcon, pubblicata su L'Osservatore Romano di oggi.&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;&lt;br&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div&gt; &lt;/div&gt;
&lt;div&gt;&lt;a&gt;&lt;i&gt;&lt;font size="+1"&gt;Il rapporto tra la Bibbia e Leopardi in un'intervista a Loretta Marcon &lt;br&gt;&lt;/font&gt;&lt;/i&gt;&lt;b&gt;
&lt;h2&gt;Dall'alto dell'ermo colle &lt;br&gt;con gli occhi di Qoèlet &lt;/h2&gt;&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;/a&gt;
&lt;p&gt;
&lt;blockquote&gt;&lt;font color="#92d050"&gt;&lt;b&gt;Giovanni Casoli&lt;/b&gt; &lt;br&gt;&lt;/font&gt;
&lt;p align=justify&gt;&lt;font color="#92d050"&gt;Loretta Marcon è una mite signora padovana che non si fa fermare da nessun ostacolo culturale. Gli ostacoli culturali in Italia sono i farraginosi e clientelistici sistemi universitari e le &amp;quot;grandi&amp;quot; macchine editoriali e massmediatiche con annessi premi letterari, che, salvo rare eccezioni, sono barzellette che non fanno ridere. Lei, Loretta Marcon, senza paracadute editoriali e amicizie universitarie è diventata, con silenzioso lavoro e passione gratuita, una leopardista di tutto rilievo, condividendo oneri e onori con l'ottimo e ben noto editore Guida di Napoli. Da qui sono usciti due volumi &lt;i&gt;Giobbe e Leopardi&lt;/i&gt; (2005) e più di recente un &lt;i&gt;Qoèlet&lt;/i&gt; &lt;i&gt;e&lt;/i&gt; &lt;i&gt;Leopardi&lt;/i&gt; (2007) che, insieme ad un precedente saggio di chi scrive &lt;i&gt;- Dio in Leopardi&lt;/i&gt; edito da Città Nuova nel 1985 - riempiono nella critica un posto lasciato spesso volutamente vuoto, o minimizzato, o distorto nonostante la dimensione religiosa di ogni parola leopardiana. E nonostante anche il fatto che Leopardi stesso abbia avvertito contemporanei e posteri dalle facili ideologie, che, invece di biasimarlo per il suo pessimismo - essi che conciliavano e conciliano bella vita e misticismo o simili - dovrebbero rispettare chi come lui &amp;quot;Giobbe e Salomon difende&amp;quot;, come Leopardi afferma ne &lt;i&gt;I nuovi credenti&lt;/i&gt;:  Giobbe e Salomone, ovvero il sapiente doloroso e l'allora creduto autore dello straordinario Libro di Qoèlet. &lt;br&gt;Loretta Marcon - ci fossero oggi, in Italia, molti studiosi come lei, fuori dalle ideologie e dai poteri - ci guida dapprima alla somiglianza-differenza del genio recanatese con Giobbe:  all'impossibilità per Leopardi di superare il vertiginoso scalino illuministico che scende all'autosufficienze della ragione divenuta, per contrazione e irrigidimento, mera &lt;i&gt;raison&lt;/i&gt;; con quella soltanto un animo puro e nobile come quello del poeta del &lt;i&gt;Canto&lt;/i&gt; &lt;i&gt;notturno&lt;/i&gt; non poteva non approdare all'infinita spiaggia del dolore irredento e del, per citare un grande leopardiano contemporaneo come Carlo Emilio Gadda, &amp;quot;fulgurato acoscendere di una vita&amp;quot;. E ci guida poi nell'ancor più intrigante somiglianza-differenza di Leopardi con il desolato Qoèlet. Chi grida a diciannove anni &amp;quot;Oh, infinita vanità del vero!&amp;quot; - così nello &lt;i&gt;Zibaldone&lt;/i&gt;, anticipando di sessant'anni Nietzsche - ha un'immensa, inappagabile, evangelica nostalgia della verità non astratta e perciò morta, ma incarnata e perciò viva e &amp;quot;superviva&amp;quot; del Cristo, mai veramente conosciuto e anzi disconosciuto in casa Leopardi; così come il sapiente dell'Assemblea (&lt;i&gt;Qahal&lt;/i&gt;) ha un infinito e inappagabile desiderio di senso e di valore, vissuto, biblicamente &amp;quot;gustato&amp;quot; in un afflitto nichilismo esistenziale che non esclude anzi postula la fede assoluta nel Dio di Israele. I due nichilisti appassionati, così diversi e affini, hanno sete inesausta di vita; Leopardi &amp;quot;odia la vita e te la fa amare&amp;quot;, come perfettamente dice Francesco De Sanctis, Qoèlet predica il suo &amp;quot;&lt;i&gt;hebel&lt;/i&gt; &lt;i&gt;habalim&lt;/i&gt; (&lt;i&gt;vanitas&lt;/i&gt; &lt;i&gt;vanitatum&lt;/i&gt;)&amp;quot; riecheggiato nell'&amp;quot;infinita vanità del tutto&amp;quot; leopardiana:  assimilazione e dissimilazione ad un tempo di motivi complementari profondissimi e perenni, da cui il lettore, per la mano di Loretta Marcon con la sua padronanza sicura e totale del testo e della critica, resta affascinato. &lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;i&gt;Perché ha incominciato a interessarsi di Leopardi e in particolare della sua dimensione religiosa, che in verità pervade tutta l'opera, ma che la gran parte della critica minimizza, nega o distorce?&lt;/i&gt; &lt;br&gt;&lt;br&gt;La figura di Leopardi mi ha sempre affascinato e non solo per la sua sublime poesia. Il suo pensiero, che esamina e sfaccetta tutti gli aspetti della vita umana, è un qualcosa che mi ha attratto in un modo molto forte spingendomi verso una strada che si è rivelata, mano a mano, assai intricata e complessa. Forse una delle pagine leopardiane &amp;quot;colpevoli&amp;quot; di questa passione è stata, dopo l'&lt;i&gt;Infinito&lt;/i&gt; e il &lt;i&gt;Canto notturno di un pastore errante&lt;/i&gt;, quella famosa dello &lt;i&gt;Zibaldone&lt;/i&gt; che descrive un giardino in &amp;quot;istato di &lt;i&gt;souffrance&lt;/i&gt;&amp;quot;. Mano a mano che procedevo nello studio e nella ricerca pensavo, con sempre maggior convinzione, che la tesi dominante della critica che, fin dal 1947, propugna l'ateismo e il materialismo assoluti di Leopardi, forse non era proprio corretta. Considerando tutta l'opera e la stessa vicenda esistenziale di Leopardi, mi sembrava di poter rilevare una religiosità profondissima, tanto che molte pagine bibliche mi tornavano alla mente. &lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;i&gt;Perché ha focalizzato la sua ricerca, ottimamente centrata e illuminante, sui rapporti tra Leopardi e Giobbe, Leopardi e Qoèlet?&lt;/i&gt; &lt;br&gt;&lt;br&gt;Durante i primi anni dei miei studi leopardiani, incontravo spesso nei vari testi di critica che andavo leggendo, definizioni che riprendevano quella che lo stesso Carducci diede parlando di Leopardi:  Il &amp;quot;Giobbe del pensiero italiano&amp;quot;. Erano però definizioni che si fermavano lì, ad un livello superficiale, e non approfondivano davvero, in parallelo con il poema biblico, il rapporto tra l'uomo di Uz e l'uomo di Recanati. Allo stesso modo, anche Qoèlet è stato riconosciuto, forse ancor più che Giobbe, l'altro specchio di Leopardi sia dalla critica leopardiana sia dagli esegeti - ricordo, ad esempio, che il Ravasi pone il Recanatese tra i suoi &amp;quot;mille Qoèlet&amp;quot;. Infine, lo stesso Leopardi si considerava il &amp;quot;difensore&amp;quot; di Giobbe e di colui che, all'epoca, era creduto l'autore di Qoèlet, Salomone. &lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;i&gt;Quali risultati, guardandosi indietro, pensa di aver raggiunto?&lt;/i&gt; &lt;br&gt;&lt;br&gt;Rivedendo i miei primi scritti &lt;i&gt;- La crisi della ragione moderna&lt;/i&gt; &lt;i&gt;in Giacomo Leopardi; Vita&lt;/i&gt; ed &lt;i&gt;Esistenza&lt;/i&gt; nello &lt;i&gt;Zibaldone&lt;/i&gt; - riconosco quello che è stato un poco il filo conduttore in tutte le mie ricerche, appunto quello che mi è sempre apparso evidente nella trama che compone il pensiero di Leopardi:  quello della sua religiosità. Non ho mai avuto la presunzione di pensare che il mio &amp;quot;volto&amp;quot; di Leopardi rispecchiasse ciò che egli fosse stato davvero; ho solo cercato, con umiltà, di ritrovare tutti quei frammenti e/o documenti trascurati dalla critica imperante poiché non combaciavano con l'immagine ormai consolidata di un Leopardi ateo. &lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;i&gt;Gli articoli sugli stessi argomenti con cui in questi anni ha corredato i saggi precedenti, quale funzione hanno avuto?&lt;/i&gt; &lt;br&gt;&lt;br&gt;Amando Leopardi anzi, vivendo ogni giorno con lui attraverso le sue pagine, mi ha sempre interessato discutere, su quanto andavo valutando e riscoprendo, con tante persone che, come me, sentivano la medesima passione. Penso che quando si crede in qualcosa si desideri anche far parte altri di questa fede. Gli articoli sugli argomenti dei saggi, quindi, vorrebbero, per così dire, allargare l'interesse, divulgare - anche presso chi forse non legge abitualmente saggi - la figura e il pensiero di Leopardi, mostrando anche aspetti poco considerati dalla critica ufficiale. &lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;i&gt;Progetti per il futuro?&lt;/i&gt; &lt;br&gt;&lt;br&gt;Tanti sono i progetti che vorrei portare avanti in campo leopardiano e soprattutto in direzione di quella religiosità e spiritualità in cui ho sempre creduto. Vorrei, ad esempio, riprendere il discorso sugli ultimi giorni di Leopardi, sulla sua morte cristiana - un documento che nessuno cita e nessuno va a consultare è appunto quello che riguarda i Sacramenti ricevuti dal poeta prima di spirare - e poi sui rapporti con l'ebraismo cui era interessato non solo Giacomo ma anche il padre Monaldo.&lt;/font&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/span&gt;&lt;img src="http://c.services.spaces.live.com/CollectionWebService/c.gif?cid=9113081775514208842&amp;page=RSS%3a+Un'intervista+a+Loretta+Marcon&amp;referrer=" width="1px" height="1px" border="0" alt=""&gt;&lt;img style="position:absolute" alt="" width="0px" height="0px" src="http://c.live.com/c.gif?NC=31263&amp;amp;NA=1149&amp;amp;PI=73329&amp;amp;RF=&amp;amp;DI=3919&amp;amp;PS=85545&amp;amp;TP=gpilumeli1947italy.spaces.live.com&amp;amp;GT1=gpilumeli1947italy"&gt;</description><comments>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!6918.entry#comment</comments><guid isPermaLink="true">http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!6918.entry</guid><pubDate>Thu, 20 Dec 2007 09:44:08 GMT</pubDate><slash:comments>3</slash:comments><msn:type>blogentry</msn:type><live:type>blogentry</live:type><live:typelabel>Blog entry</live:typelabel><wfw:commentRss>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/blog/cns!7E782B97769C4A4A!6918/comments/feed.rss</wfw:commentRss><wfw:comment>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!6918.entry#comment</wfw:comment><dcterms:modified>2007-12-20T17:29:59Z</dcterms:modified></item><item><title>Per Carmelina e tutti gli amici</title><link>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!6778.entry</link><description>&lt;div&gt;Infatti. Ricordo che chiunque può scrivere sul blog:&lt;/div&gt;
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&lt;div&gt;password: teresafattorini&lt;/div&gt;&lt;img src="http://c.services.spaces.live.com/CollectionWebService/c.gif?cid=9113081775514208842&amp;page=RSS%3a+Per+Carmelina+e+tutti+gli+amici&amp;referrer=" width="1px" height="1px" border="0" alt=""&gt;&lt;img style="position:absolute" alt="" width="0px" height="0px" src="http://c.live.com/c.gif?NC=31263&amp;amp;NA=1149&amp;amp;PI=73329&amp;amp;RF=&amp;amp;DI=3919&amp;amp;PS=85545&amp;amp;TP=gpilumeli1947italy.spaces.live.com&amp;amp;GT1=gpilumeli1947italy"&gt;</description><comments>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!6778.entry#comment</comments><guid isPermaLink="true">http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!6778.entry</guid><pubDate>Tue, 20 Nov 2007 18:45:04 GMT</pubDate><slash:comments>2</slash:comments><msn:type>blogentry</msn:type><live:type>blogentry</live:type><live:typelabel>Blog entry</live:typelabel><wfw:commentRss>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/blog/cns!7E782B97769C4A4A!6778/comments/feed.rss</wfw:commentRss><wfw:comment>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!6778.entry#comment</wfw:comment><dcterms:modified>2007-11-20T18:46:30Z</dcterms:modified></item><item><title>Giacomo secondo Luporini</title><link>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!6753.entry</link><description>&lt;div align=center&gt;
&lt;div&gt;LEOPARDI/2&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;IL PENSIERO DI LEOPARDI&lt;/b&gt;&lt;br&gt;di &lt;b&gt;Cesare Luporini&lt;/b&gt;&lt;br&gt;&lt;img alt=firma.jpg src="http://www.carmillaonline.com/archives/firma.jpg" align=right border=0 height=75 hspace=4 vspace=2 width=212&gt;&lt;br&gt;La conversione di Leopardi 
all'ateismo, che non è stata breve e forse neppur lineare, è ora del tutto 
compiuta. Andando oltre, sulla linea di queste riflessioni, la vita stessa 
apparirà sempre piú a Leopardi un fenomeno casuale e marginale della materia. 
Quanto all'uomo «la fortuna», cioe il caso, e non un destino provvidenziale lo 
ha posto a vivere sulla terra.&lt;br&gt;Su questa base teorica doveva necessariamente 
cambiare anche l'atteggiamento di Leopardi verso l'illuminismo del XVIII secolo. 
Non ne poteva piú dichiarare il fallimento, ma doveva invece ammirarne il 
coraggio di verità. Il ribrezzo verso la sua epoca di neospiritualismo era 
destinato a crescere in Leopardi via via che essa si profilava ai suoi occhi non 
come semplice restaurazione politica, ma come progressismo e perfettibilismo 
utopico e cristianeggiante. &lt;a&gt;&lt;/a&gt;
&lt;p&gt;C'è infatti poco da inorgoglirsi della posizione dell'uomo nel cosmo, ci dirà 
&lt;i&gt;La ginestra&lt;/i&gt;, poiché la natura è del tutto indifferente alle sue sorti. 
«Cosí, dell'uomo ignara e dell'etadi / ch'ei chiama antiche, e del seguir che 
fanno / dopo gli avi i nepoti, / sta natura ognor verde, anzi procede / per sí 
lungo cammino che sembra star. / Caggiono i regni intanto, / passan genti e 
linguaggi: ella nol vede: / e l'uom d'eternità s'arroga il vanto». Il «frammento 
apocrifo» determina la visione della &lt;i&gt;Ginestra&lt;/i&gt;: una «natura» che «procede» 
del tutto per proprio conto, i cui tempi evolutivi sono incommensurabili con 
quelli umani.&lt;br&gt;Non residui attardati del XVII secolo, in questo Leopardi, ma 
un rovesciamento di valutazione storico-politica – e ideologica naturalmente – 
per il dominio, ora, del valore «verità».&lt;br&gt;Ne derivò una scelta di campo 
cosciente fra i due secoli, ove Leopardi riarma, possiamo dire, il primo contro 
il secondo. Una scelta &lt;i&gt;progressiva&lt;/i&gt;. È Leopardi a suggerire questo 
termine, anzi a imporcelo, nella &lt;i&gt;Ginestra&lt;/i&gt; appunto. Può dispiacere, ma è 
cosí. Contro il falso progresso delle «magnifiche sorti e progressive» egli ne 
individua un altro. «Qui mira e qui ti specchia / secol superbo e sciocco, che 
il calle insine allora / dal risorto pensier segnato innanti abbandonasti, e 
volti addietro i passi, / del ritornar ti vanti, / e procedere il chiami»... 
«Libertà vai sognando, e servo a un tempo / vuoi di nuovo il pensiero, / sol per 
cui risorgemmo / dalla barbarie in parte e per cui solo / si cresce in civiltà, 
che sola in meglio / guida i pubblici fati». È difficile cancellare queste 
parole dal retaggio di Leopardi. Questo &lt;i&gt;progresso&lt;/i&gt; di Leopardi non ha 
nulla di provvidenziale, non è inscritto in nessuna filosofia della storia già 
disegnata, non vuol essere utopico (in ultima analisi si rivolge a un buon senso 
comune, se gli uomini si decideranno ad amare – anzi a &lt;i&gt;volere&lt;/i&gt; – piuttosto 
la &lt;i&gt;luce&lt;/i&gt; che le &lt;i&gt;tenebre&lt;/i&gt;), è un progresso soltanto possibile, un 
progresso di scelta. L'appello è alla volontà.&lt;br&gt;&lt;img alt="Giacomo Leopardi.jpg" src="http://www.carmillaonline.com/archives/Giacomo Leopardi.jpg" align=left border=0 height=120 hspace=4 vspace=2 width=108&gt;&lt;br&gt;Qui ci troviamo sull'altro versante della 
filosofia leopardiana dell'ultima fase. In un suo forte libro &lt;i&gt;La protesta di 
Leopardi&lt;/i&gt; Walter Binni ha parlato di «nichilismo esistenziale». Possiamo far 
nostra questa formulazione (purché non la si sostituisca all'analisi). Si è 
visto che, quasi come Diogene, nella lettera al Giordani del maggio 1825, 
Leopardi cercava «un uomo» e un suo «simile» (di contro a larve di uomini – tali 
gli apparivano, anzi gli apparivano come «piante e marmi» – quelli che evitava, 
perché infinitamente lo annoiavano, in Recanati). Un vero uomo (cosí era per lui 
in quel momento il Giordani) con cui dialogare nell'unico luogo possibile di 
incontro, il luogo ideale della ricerca del vero. &lt;i&gt;Verità&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;uomo&lt;/i&gt; si 
collocano ora in siffatto inedito rapporto positivo, appunto esistenziale, che 
sta al polo opposto di quello preconizzato precedentemente quale rinnovamento 
comunitario delle vitali «illusioni». Leopardi, che io ricordi, non nomina mai 
la umanistica (e retorica) «dignità dell'uomo», ma, possiamo dire, ne propone 
una versione antagonistica. Non un dato al centro del cosmo ma una esigenza 
forte ai margini di esso: un'esigenza operativa. È la virtù, la &lt;i&gt;virtù&lt;/i&gt; 
moderna, non piú quella antica classica, già vagheggiata. Sembra sottinteso che 
sia l'intellettuale a doversene, o meglio a &lt;i&gt;potersene&lt;/i&gt;, fare portatore. 
Non è un caso che di questa virtù moderna l'antesignano per Leopardi sia una 
figura che egli concepisce come di frontiera: Bruto minore. Il cui gesto gli 
appare &lt;i&gt;storico&lt;/i&gt;, perché segna la caduta della libertà romana, grande data 
periodizzante per Leopardi, fino alla rivoluzione francese. Ma non è questo il 
punto principale. Come si vede da alcuni pensieri dello &lt;i&gt;Zibaldone&lt;/i&gt; 
precedenti la canzone, la figura di Bruto lo ha affascinato proprio perché 
quegli aveva dubitato (era un intellettuale!) della virtu, che tuttavia 
irresistibilmente aveva messo in opera. Sotto le vesti e l'oratoria, 
classicheggianti, gia un eroe moderno. Leopardi ha professato sempre il piu 
ampio relativismo morale (e citava Pascal!) quanto ai contenuti, fino alle 
soglie dello scetticismo. Ma ora questo sembra arrestarsi di fronte al nuovo 
significato di «virtù». Essa dipende esclusivamente dalle forze del singolo: 
allorché non si lascia piegare, anche se è costretto ad accettare una sconfitta 
inevitabile da parte dei meccanismi sociali e politici che lo emarginano, e 
quindi a restare nella sua «disperata solitudine». Tale virtù è la capacità di 
testimoniare il vero contro tutto, di non abbassare il capo e dunque di avere il 
coraggio del rifiuto e della contestazione. Piú che il «lamento» (che c'è, ma è 
lamento sempre accoppiato all'«odio», e la meditazione sull'&lt;i&gt;odio&lt;/i&gt; è uno 
dei grandi motivi leopardiani fin dalla giovinezza) o la stessa protesta, è la 
virtù contestativa ad essere esaltata da Leopardi (e anche da lui operata con 
ferma, non rumorosa, semplicità nella sua privata pratica di vita). Nulla di 
istituzionale le resiste (a cominciare, direi, dalla famiglia). Il bersaglio 
maggiore di tale contestazione è il potere degli uomini su altri uomini, e 
quindi il potere politico. Negli anni della sua prima politicizzazione tra il 
1820 e il 1821 Leopardi aveva drasticamente contrapposto popoli e governi, nei 
suoi pensieri dello &lt;i&gt;Zibaldone&lt;/i&gt; guidati dai princípi (per lui 
&lt;i&gt;naturali&lt;/i&gt; e non ideologici) di libertà e uguaglianza, considerati 
inseparabili. Nel corso della sua seconda politicizzazione, dopo il 1830, ciò 
diventa esplicito e pubblico. I versi dedicati a questo punto nella &lt;i&gt;Palinodia 
al marchese Gino Capponi&lt;/i&gt; non lasciano dubbi in proposito. Il potere, sia 
concentrato sia decentrato (si premura di precisare anche questo), è 
inevitabilmente sempre uguale ad abuso di potere, per una specie di legge di 
natura, egli dice. Questo resta per Leopardi il male che gli uomini si procurano 
da se stessi. La sopraffazione degli individui da parte di altri (e Leopardi 
vuole che non si dimentichi che le masse sono sempre composte di individui, e 
sopra la infelicità di questi non si edifica nessuna pretesa comune felicità). 
Il finale appello solidaristico della &lt;i&gt;Ginestra&lt;/i&gt;, che poteva anche non 
sopraggiungere, ma che sopraggiunse, ha questo fondamento anarchico, l'unico che 
lo rende coerente agli sviluppi immediatamente precedenti, cosí marcatamente 
individualistici. Il passaggio logico che possiamo indovinare (da tempo Leopardi 
non scriveva più lo &lt;i&gt;Zibaldone&lt;/i&gt;) è questo: se un singolo può dire di no, in 
linea di principio tutti lo potranno. Liberatevi almeno di questa parte del male 
che nasce dalle vostre risse, poiché è possibile. Per difendervi uniti da quel 
male che la indifferente e ostile natura ci procura. A una difesa comunitaria 
pratica indubbiamente pensava e invitava Leopardi.&lt;br&gt;Quanto alla infelicità 
strutturale dell'individuo, dovuta al meccanismo dell'esistenza naturale che 
Leopardi aveva già teorizzato nella &lt;i&gt;Storia del genere umano&lt;/i&gt; 
(contrapponendolo alla «fortuna», mitologizzata dagli antichi) – difesa non c'è. 
C'è solo una risposta della dignità-virtù dell'uomo, che può diventare 
collettiva sulla base della diffusione della verità razionale, unico progresso 
possibile. Una sorta di socializzazione di quella «renitenza al fato» che è 
tutto l'orgoglio dell'uomo.&lt;br&gt;La ginestra ne è il simbolo: questa novità 
introdotta nella fioreria tradizionale dei poeti (lo ha osservato un tedesco, 
Hans Ludwig Scheel) non allude all'individuo singolo, ma a un insieme di 
individui conviventi. Sembra semmai serpeggíare nella proposta collettivistica 
della &lt;i&gt;Ginestra&lt;/i&gt; una rinuncia a cui Leopardi aveva già fatto cenno nella 
sua introduzione al &lt;i&gt;Manuale&lt;/i&gt; di Epitteto: la rinuncia (in favore, appunto, 
di quella dignità e salvezza comune) a perseguire una felicità che si è rivelata 
impossibile e che l'ideologia politica corrente (nella fattispecie quella dei 
liberali) continua invece a prospettare. Se questa lettura è esatta, come credo, 
è una rinuncia amara. Essa reca con sé una contraddizione quasi esplicita che 
Leopardi collocava ormai nel piú profondo dell'uomo individuale: la potremmo 
chiamare il paradosso della virtú. A differenza di tutti gli altri animali, 
aveva detto Leopardi l'uomo non è soltanto «disposizione ad essere», ma è 
«disposizione a poter essere», e in questa differenza credo vada visto il 
fondamento teorico del suo esistenzialismo (nel senso moderno del termine). 
Comunque la categoria della «possibilità» è sempre all'attenzione di Leopardi. 
Ora la &lt;i&gt;virtù&lt;/i&gt; di cui Leopardi intende dare testimonianza (testimonianza 
quindi che essa è possibile) è una virtù disperata, nel senso più letterale 
della parola. Quasi a non voler lasciare ombra di dubbio, parallelamente alla 
&lt;i&gt;Ginestra&lt;/i&gt; che è il suo ultimo messaggio comunitario o sociale, Leopardi ci 
ha lasciato &lt;i&gt;Il tramonto della luna&lt;/i&gt; in cui è ribadita, e nuovamente 
illustrata, la sua posizione circa le sorti individuali di ogni uomo e quindi di 
tutti gli uomini. La virtù a cui fa appello l'uomo Leopardi è disperata a 
cagione, in ultima analisi, della finitezza dell'uomo, inserita nella cieca 
«struttura del raondo». È una virtù fiera (eroica) perché si sa costituita in 
rapporto alla verità, e in questo rapporto appare tutta fondata su se stessa (e 
a sua volta fondante una «nobil natura»). Ma non è pura forma razionale (non è 
l'imperativo categorico di Kant!). Essa non perde infatti la propria radice in 
quel &lt;i&gt;desiderio&lt;/i&gt; che, unico marchio antropologico caratterizzante, è 
intriso nell'uomo, secondo Leopardi, di sete d'infinito. Un desiderio senza 
oggetto determinato, che assume in sé e trasfigura (umanamente) tutti gli altri 
desideri.&lt;br&gt;Il paradosso della virtù leopardiana è, potremmo concludere, il 
paradosso esistenziale del nesso finito-infinito (non in assoluto, dunque, che 
non lo interessa, ma relativamente all'uomo stesso). Questo è il pessimismo di 
Leopardi, se si deve usare ancora tale termine: non un pessimismo antropologico, 
legato a una &lt;i&gt;colpa&lt;/i&gt; (ciò mette definitivamente Leopardi fuori dalla linea 
cristiana: la «colpa», metaforicamente parlando, è trasferita alla natura, non 
piú concepita come divina o prodotta da Dio), e neppure, si è visto, un 
pessimismo storico. È il pessimismo di quel «tutto è male» (per il vivente) che 
però non può mai tradursi, onestamente, da parte della ragione (Leopardi lo dice 
esplicitamente) nella affermazione che questo è «il peggiore dei mondi 
possibili». Semplicemente perché del possibile non possiamo scorgere i 
confini.&lt;br&gt;Materialista, ateo, di fatto anarchico (e non sarà il solo 
aristocratico a divenir tale) Leopardi fini per definirsi un «malpensante». 
Sapeva ormai di non avere interlocutori nel proprio tempo, e neppure, forse, nei 
decenni che si preparavano. Talvolta sembra che guardasse a noi, che facesse con 
la mente un gran salto di generazioni. Vi sono accenni, in questo senso, al XX 
secolo. E per chi preparava, oltre che per se stesso, con tanta cura, già nel 
1827, indici e «polizzine» dello &lt;i&gt;Zibaldone&lt;/i&gt;?
&lt;p&gt;[da: Cesare Luporini, &lt;i&gt;Il pensiero di Leopardi&lt;/i&gt;, 1987]&lt;span&gt;Pubblicato Gennaio 13, 2006 06:46 PM &lt;br&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://c.services.spaces.live.com/CollectionWebService/c.gif?cid=9113081775514208842&amp;page=RSS%3a+Giacomo+secondo+Luporini&amp;referrer=" width="1px" height="1px" border="0" alt=""&gt;&lt;img style="position:absolute" alt="" width="0px" height="0px" src="http://c.live.com/c.gif?NC=31263&amp;amp;NA=1149&amp;amp;PI=73329&amp;amp;RF=&amp;amp;DI=3919&amp;amp;PS=85545&amp;amp;TP=gpilumeli1947italy.spaces.live.com&amp;amp;GT1=gpilumeli1947italy"&gt;</description><comments>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!6753.entry#comment</comments><guid isPermaLink="true">http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!6753.entry</guid><pubDate>Tue, 13 Nov 2007 12:12:43 GMT</pubDate><slash:comments>3</slash:comments><msn:type>blogentry</msn:type><live:type>blogentry</live:type><live:typelabel>Blog entry</live:typelabel><wfw:commentRss>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/blog/cns!7E782B97769C4A4A!6753/comments/feed.rss</wfw:commentRss><wfw:comment>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!6753.entry#comment</wfw:comment><dcterms:modified>2007-11-13T12:12:43Z</dcterms:modified></item><item><title>Un intervento nel forum</title><link>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!6654.entry</link><description>&lt;div&gt;
&lt;p style="margin:0cm 0cm 0pt"&gt;&lt;font face="Times New Roman" color="#000000"&gt;Caro Lorenzo, l’articolo di cui ti parlavo è di Roberto Wis, si chiama “Dall’Infinito alla Sera del dì di festa e si trova alle pagine da 597 a 603 del voluminoso “Il pensiero storico e politico di Giacomo Leopardi” Firenze, OLSCHKI, 1989.&lt;/font&gt;
&lt;p style="margin:0cm 0cm 0pt;text-align:justify"&gt;&lt;font face="Times New Roman" color="#000000"&gt;L’autore dichiara subito di non credere alla tesi del Timpanaro sulla non autenticità dei quattro abbozzi di idilli leopardiani: L’Infinito (primo, terzo e quarto) e Alla Natura (secondo). Essi furno pubblicati senza sospetto da Gino Scarpa e dal Flora. Lo Scarpa fa sapere che gli autografi sono scritti su due mezzi fogli, il secondo del quale porta in calce: “E’ il carattere di Giacomo. Paolina Leopardi”, e il Flora informa che gli autografi del terzo e del quarto abbozzo erano posseduti dal Casella di Napoli. Un esperto conoscitore come Gasparo Casella non avrebbe distinto le contraffazioni?&lt;/font&gt;
&lt;p style="margin:0cm 0cm 0pt;text-align:justify"&gt;&lt;font face="Times New Roman" color="#000000"&gt;Poi l’autore cerca di entrare nella capacità poetica del Giacomo a 21 anni: egli aveva superato il periodo della eloquenza e si appressava per la prima volta a temi idillici. Ciò che Timpanaro definisce improponibili prove da parte di Leopardi, in quanto brutte e metricalmente imperfette, roba non da Leopardi insomma, il nostro autore le inserisce in un percorso in cui l’autore cerca un linguaggio poetico nuovo, che non poteva subito manifestarsi nella sua perfezione. Praticamente l’Infinito ha avuto una gestazione lunga e tormentata in quanto Leopardi non poteva essere capace di raggiungere subito la perfezione di quel canto. E quindi, “dovette affaticarsi a mettere insieme parole recalcitranti”.&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;Il primo abbozzo infatti dice:&lt;/font&gt;
&lt;p style="margin:0cm 0cm 0pt;text-align:justify"&gt;&lt;font face="Times New Roman" color="#000000"&gt;“Oh quanto a me gioconda quanto cara fummi quest’erma (sponda) plaga (spiaggia) e questo roveto che all’occhio (apre) copre l’ultimo orizzonte”.&lt;/font&gt;
&lt;p style="margin:0cm 0cm 0pt;text-align:justify"&gt;&lt;font face="Times New Roman" color="#000000"&gt;Un roveto – dice l’autore, esisteva appunto nel monte Tabor dove Leopardi aveva l’abitudine di andare a meditare. La guida di Recanati dello Spezioni spiega che “se il poeta percorreva una bassa viottola ora scomparsa, una siepe di rovi che la fiancheggiava escludeva il suo sguardo da tanta parte dell’ultimo orizzonte”. Il roveto dovette sembrare al poeta troppo dimesso; così nel terzo abbozzo esso divenne “verde lauro” trovando poi la forma giusta nel quarto abbozzo.&lt;/font&gt;
&lt;p style="margin:0cm 0cm 0pt;text-align:justify"&gt;&lt;font face="Times New Roman" color="#000000"&gt; &lt;/font&gt;
&lt;p style="margin:0cm 0cm 0pt;text-align:justify"&gt;&lt;font face="Times New Roman" color="#000000"&gt;Altra circostanza che depone a favore dell’autenticità dei quattro abbozzi è che il secondo di essi, intitolato &lt;i&gt;Alla Natura &lt;/i&gt;contiene il passaggio dall’Infinito a La sera del dì di festa. L’intero abbozzo è stato composto in versi, tirati giù molto sommariamente e rapidamente, senza neanche fare attenzione alla quantità delle sillabe. L’inizio è eguale a quello del primo abbozzo, ma poi l’autore ha creduto di trattare in due distinti componimenti l’argomento della sofferenza autobiografica e l’argomento delle considerazioni trascendentali:&lt;/font&gt;
&lt;p style="margin:0cm 0cm 0pt;text-align:justify"&gt;&lt;font face="Times New Roman" color="#000000"&gt;“Sempre adorata mia solinga sponda&lt;/font&gt;
&lt;p style="margin:0cm 0cm 0pt;text-align:justify"&gt;&lt;font face="Times New Roman" color="#000000"&gt;deh perché agli occhi miei furi la vista&lt;/font&gt;
&lt;p style="margin:0cm 0cm 0pt;text-align:justify"&gt;&lt;font face="Times New Roman" color="#000000"&gt;dell’incantevole e magico effetto&lt;/font&gt;
&lt;p style="margin:0cm 0cm 0pt;text-align:justify"&gt;&lt;font face="Times New Roman" color="#000000"&gt;che Natura concede alle creature.&lt;/font&gt;
&lt;p style="margin:0cm 0cm 0pt;text-align:justify"&gt;&lt;font face="Times New Roman" color="#000000"&gt;Quale falsario, commenta il Wis, sarebbe stato capace di esprimersi in maniera così goffa? (E Leopardi si, dico io?). Il tema posto in questi primi quattro versi è diffusamente sviluppato nei ventinove successivi. Se ne riportano qui alcuni:&lt;/font&gt;
&lt;p style="margin:0cm 0cm 0pt;text-align:justify"&gt;&lt;font face="Times New Roman" color="#000000"&gt;Alle creature si, ma non a tutte&lt;/font&gt;
&lt;p style="margin:0cm 0cm 0pt;text-align:justify"&gt;&lt;font face="Times New Roman" color="#000000"&gt;Ahi a me madrigna, spietata madre!&lt;/font&gt;
&lt;p style="margin:0cm 0cm 0pt;text-align:justify"&gt;&lt;font face="Times New Roman" color="#000000"&gt;Dimmi il perché di tal misura e peso.&lt;/font&gt;
&lt;p style="margin:0cm 0cm 0pt;text-align:justify"&gt;&lt;font face="Times New Roman" color="#000000"&gt;Qual spregio mai ti feci, il perché dimmi?&lt;/font&gt;
&lt;p style="margin:0cm 0cm 0pt;text-align:justify"&gt;&lt;font face="Times New Roman" color="#000000"&gt;Da l’alveo materno me traesti&lt;/font&gt;
&lt;p style="margin:0cm 0cm 0pt;text-align:justify"&gt;&lt;font face="Times New Roman" color="#000000"&gt;Forse a&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;scherno e ludibrio dei mortali?&lt;/font&gt;
&lt;p style="margin:0cm 0cm 0pt;text-align:justify"&gt;&lt;font face="Times New Roman" color="#000000"&gt; &lt;/font&gt;
&lt;p style="margin:0cm 0cm 0pt;text-align:justify"&gt;&lt;font face="Times New Roman" color="#000000"&gt;Questo, per sommi capi, dice l’articolo, mentre, come sai, ben diverso è il giudizio del Timpanaro:&lt;/font&gt;
&lt;p style="margin:0cm 0cm 0pt;text-align:justify"&gt;&lt;font face="Times New Roman" color="#000000"&gt; &lt;/font&gt;
&lt;p style="margin:0cm 0cm 0pt;text-align:justify"&gt;&lt;font face="Times New Roman" color="#000000"&gt;“Ma più delle impressioni di gusto conta, per la questione dell’autenticità, l’analisi tecnica. Se si può – fino ad un certo punto! – ammettere che il Leopardi abbia avuto una défaillance poetica, non si può certo supporre che si sia improvvisamente scordato come è fatto un endecasillabo. In quasi tutti i versi si possono contare undici sillabe, ma endecasillabi non sono quanto agli accenti.” Timpanaro:&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;“Aspetti e figure della cultura ottocentesca” Nistri 1980 pag. 340&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://c.services.spaces.live.com/CollectionWebService/c.gif?cid=9113081775514208842&amp;page=RSS%3a+Un+intervento+nel+forum&amp;referrer=" width="1px" height="1px" border="0" alt=""&gt;&lt;img style="position:absolute" alt="" width="0px" height="0px" src="http://c.live.com/c.gif?NC=31263&amp;amp;NA=1149&amp;amp;PI=73329&amp;amp;RF=&amp;amp;DI=3919&amp;amp;PS=85545&amp;amp;TP=gpilumeli1947italy.spaces.live.com&amp;amp;GT1=gpilumeli1947italy"&gt;</description><comments>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!6654.entry#comment</comments><guid isPermaLink="true">http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!6654.entry</guid><pubDate>Wed, 31 Oct 2007 11:50:20 GMT</pubDate><slash:comments>0</slash:comments><msn:type>blogentry</msn:type><live:type>blogentry</live:type><live:typelabel>Blog entry</live:typelabel><wfw:commentRss>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/blog/cns!7E782B97769C4A4A!6654/comments/feed.rss</wfw:commentRss><wfw:comment>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!6654.entry#comment</wfw:comment><dcterms:modified>2007-10-31T11:50:20Z</dcterms:modified></item><item><title>Un libro</title><link>http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/Blog/cns!7E782B97769C4A4A!6645.entry</link><description>&lt;div&gt;&lt;font size=1&gt;&lt;font color="#10105e"&gt;Data e ora di inserimento: &lt;/font&gt;&lt;font face="Verdana,Arial" color="#000000"&gt;(19-11-2005, 11:35:53)&lt;/font&gt;&lt;/font&gt; 
&lt;p align=justify&gt;&lt;a&gt;&lt;img alt="Clicca per visualizzare le immagini associate" hspace=6 src="http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com/mmm2007-10-05_20.12/administrator/risorse/news_img_m/news-108.jpg" align=left border=0&gt;&lt;/a&gt;&lt;font face=Verdana color="#10105e" size=2&gt;Il lavoro nasce dalla volontà di verificare e approfondire il rapporto del recanatese con il biblico Giobbe, protagonista del poema sapienzale.&lt;br&gt;Perché mai, infatti, fin dalla fine dell’Ottorento Leopardi fu chiamato, anche dallo stesso Carducci, ilGiobbe del pensiero italiano? Quale “giustificazione” scientifica dare a tale “etichetta” che si è perpetrata fino ad oggi, senza che un esame di tutta l’Opera leopardiana e della hiografla, comparata con il poema, rendesse appieno ragione di tale accostamento? Liquidare la questione superficialmente, solo proponendo una vita vissuta nel dolore, come è stata quella di Leopardi, è apparso all’autrice troppo semplicistico.&lt;br&gt;Si è spinta dunque a sondare tale problematica, oltremodo affascinante, attraverso un’attenta analisi, procedendo, nel caso di Ciobhe, versetto per versetto, mettendo in parallelo i concetti, le situazioni esistenziali e le stesse parole dell’uomo di UZ con quelle di Giacomo.&lt;br&gt;L’opera rappresenta certamente il più completo, esteso e aggiornato lavoro sull’argomento&lt;br&gt;&lt;br&gt;PRESENTAZIONE&lt;br&gt;di Antimo Negri&lt;br&gt;&lt;br&gt;Ho letto con molto godimento intellettuale - direi, anzi, spirituale - l'ultimo lavoro dedicato da Loretta Marcon a Leopardi. L'ho letto anche con un pizzico di soddisfazione, vanitosetta anzi che no, se è quella di aver suggerito all'autrice qualche intricante pretesto ermeneutico.&lt;br&gt;&lt;br&gt;Ho sempre pensato a quella di Giobbe e, quindi, a quella di Leopardi, come ad una fede interrogante. Certo, si può obiettare: ma la fede, se è fede, non può e non deve essere interrogante. Né è giusto respingere immediatamente questo tipo di obiezion